Archivio mensile:febbraio 2010

Romani de Roma! Volete conoscere una persona interessante?

Romani de Roma! Volete conoscere una persona interessante?
Sweta Mangal, CEO di 1298.in, un innovativo servizio di ambulanze (finanziato da Acumen Fund), sarà a Roma intorno al 10 marzo, e avrebbe bisogno di qualche dritta e qualche aiuto, magari anche di un giretto per Roma in vostra compagnia. Secondo me è una grande occasione per conoscere una persona molto interessante (che io ho incontrato a Mumbai lo scorso 19 febbraio). Parla inglese.
Qualche volontario?

sweta-mangal

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Grazie!

Un giorno a Kathmandu

22 Febbraio 2010. Sono a Kathmandu, capitale del Nepal, spacciata per secoli per la favolosa e inaccessibile Shangri-La. Oggi la città è un ammasso di quasi due milioni di persone, caoticamente annegate nel traffico, nell’inquinamento pesante dei motori a scoppio e una valle che trattiene tutto dentro.

kathmandu

Tre giorni fa ho passato una splendida serata a Mumbai con Yehia, un trentenne libanese figlio di funzionari ONU, che ha vissuto una decina di volte in posti diversi per pochi anni e che negli ultimi tempi si è occupato di attività “sociali”, lavorando per diverse NGO, aziende non profit.
Con lui ho assaggiato il Chaat, “street food”, aperitivi che si mangiano in strada come il Paniopuri, in uno dei pochissimi posti con acqua filtrata, che garantisce a noi occidentali di non ammalarci di stomaco, e il buon pane indiano, Pav. Mi ha suggerito di visitare il Borneo e in particolare Kota Kinabalu, una bellissima montagna incontaminata.
A Mumbai lavora per 1298, un servizio di ambulanze innovativo che si finanzia con persone abbienti e offre il servizio gratis ai poveri. Grazie a lui e a Yasmina di Acumen Fund ho incontrato a Mumbai Sweta Mangal, CEO, che mi ha raccontato la storia e i particolari di 1298.
Ieri invece ero a Delhi, sempre per lavoro, e sulla strada verso Seoul ho pensato bene di prendere un connecting flight passando per Kathmandu. Lo so, ho una dimensione tutta mia. Un mio amico direbbe: passo a comprare le sigarette prima di venire a trovarti, visto che sono di strada. Per me “essere di strada” significa volare da Delhi a Seoul passando per Kathmandu…
Per molti un aereo è un aereo. Per me è un autobus con le ali. Come i piccioni: ratti con le ali.

Tra poche ore ho il mio volo, sono in uno degli aeroporti più semplici e incasinati del mondo, KTM, e attendo il mio aereo scrivendo queste righe. Tra poche ore sarò a Seoul, per la prima volta in vita mia. Simile al Giappone, dicono, che ho già visitato un anno fa. Sono curiosissimo.
Ieri ho assaporato una domenica di sole tiepida e luminosa: in poche ore ho avuto il mio assaggio di Kathmandu, dall’Hymalaya innevato che si vedeva dai finestrini dell’aereo, alla caratteristica stanza del mio albergo, il Kantipur Temple House, in stile nepalese, al cibo semplice e quasi buono, al caos delle strade mentre la mia guida, Bhaskar Uprety (explore@mos.com.np), tre ore per sessanta dollari inclusa l’auto, mi accompagnava al Baudha Stupa, o Boudhanath (“signore della saggezza”), uno “stupa” (monumento religioso) buddista tra i più sacri al mondo per il buddismo tibetano, e anche “World Heritage Site”.
L’autista invece è un membro della tribù Taru, originaria della parte sud del Nepal, una regione che si chiama Tarai. Bhaskar mi racconta la storia del Nepal, delle sue cento tribù, delle decine e decine di diverse lingue, tutte basate sul Sanscrito ma ognuna con le sue peculiarità. Molti europei vengono qui in Nepal, qualche australiano, qualche americano. Sono tutti molto curiosi e amichevoli, a parte i businessman che invece vengono per lavoro e hanno la faccia incazzata tutto il tempo.
Al Baudha Stupa scopro tante cose del Buddhismo, una religione diversa da quella cristiana, eppure così uguale nel modo in cui crea tradizione, riti, misteri, storie, aspettative, liturgie. Casualmente sto leggendo una biografia del Dalai Lama scritta da uno psicologo americano, e avidamente cerco di carpire l’essenza del Buddhismo.
Il pensiero occidentale considera l’uomo “homini lupus”, come recitava Hobbes: siamo egoisti e pensiamo al nostro interesse. Konrad Lorenz, il naturalista, considerava l’uomo biologicamente simile ad un predatore. Il Buddhismo, di contro, considera l’uomo buono di per sé, anche se l’aggressività può emergere come conseguenza della mancanza di compassione e amore, un pensiero condiviso dal filosofo Hume. Mi incuriosisce la quasi totale assenza del sesso tra gli argomenti del Buddhismo che, in sostanza, lo usa, contiene, ingabbia e trattiene in maniera simile al cristianesimo. Potrei sbagliarmi, è chiaro: ma queste sono le mie prime impressioni.
Del Buddhismo mi affascina questa aura di pace e serenità, che tuttavia sembra quasi inquinata in alcuni dei volti dei monaci Buddhisti che incontri per strada. Ho conosciuto alcuni cristiani con un’aura speciale, con una serenità, una pace d’animo invidiabili, ma allo stesso modo non tutti i cristiani sono così. Buddhisti, cristiani, musulmani: sono tutti esseri umani, in fondo, e se esistesse una religione che garantisse serenità e pace, le altre religioni non esisterebbero più da tempo.
Mi soffermo, leggendo, sul concetto di intimità e dei “Field of Merit“, campi di merito, ovvero quelle buone azioni della vita corrente che ci permettono di accedere ad una vita ad un livello superiore dopo la reincarnazione. Concetti stravaganti e di dubbia verità, ma interessanti da analizzare se si pensa ai motivi per cui sono stati creati. Fai agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te, è il motto cristiano, buddhista, e di molte altre religioni.
I miei occhi si adattano subito all’ombra dell’interno di uno dei templi, e mi affascina il suono ipnotico dello “Ohm” dei monaci, con quella tipica nota metallica che si ottiene sommando più voci che si rincorrono sullo stesso tono. Il suono ripetuto, il movimento ritmico del corpo, le genuflessioni, sono atti che inducono uno stato mentale particolare, una sorta di trance, rendendo la persona più impressionabile e le esperienze più incisive. Del Buddhismo e in generale dell’Asia mi affascina la meditazione, lo Yoga, questo tipo di pratiche corporali e mentali che possono portare benefici importanti al benessere di una persona, anche slegate dal contesto religioso in cui si sono sviluppate.
Tutto ciò si differenzia dall’Induismo politeista e coloratissimo che scopro a Durbar Square, un “World Heritage Site” anch’esso, inzuppato di decine di templi come Basantapur Durbar, Taleyu Temple, Chyasin Dega; colonne, statue, mille divinità, simboli religiosi, campane, il tutto costipato in un’area così ristretta e quindi caotica come un formicaio. Camminando devo fare attenzione alle centinaia di bici, rickshaw, carretti, motociclette e motorini, quasi sempre dotati di una specie di “rostri” frontali pronti a difendere il motore e le gambe del pilota. Già prefiguro qualche buona bozza sulle mie gambe molli, ma invece riesco a schivarne un paio ed evitare dolori.
Ganesh, Shiva e altre innumerevoli divinità Induiste appaiono in diverse forme e colori; persone di origine diversa, nepalese, tibetana, indiana, si avvicendano di fronte alle loro rappresentazioni, e usano modi diversi per adorarli a modo loro, toccando, spargendo fiori, spezie colorate, offrendo cibo, bevendo, compiendo rituali strani, forse inventati lì per lì.
Due santoni indiani, colorati di un giallo e arancione che si sposano splendidamente con la barba grigia, i lineamenti morbidamente scavati e la pelle scura, si avvicinano e mi propongono una foto con loro, sorridendo. Sono ormai avvezzo a certe cose e so che mi chiederebbero dei soldi, come i centurioni romani al Colosseo: ringrazio ma non accetto. Alcune volte viene la tentazione di aprire il portafoglio e donare dei soldi, come del resto in India. Quelli che abitano in campagna sono soliti recarsi nelle grandi città, vivere di accattonaggio per due-tre mesi, tornare in campagna e usare i risparmi per sopravvivere il resto dell’anno. E’ una specie di “lavoro estivo”, in questo senso, anche se indubbiamente poco piacevole.
Ho deciso da tempo di non donare mai alla gente per strada. Donare un pesce per un giorno non aiuta, come recita il detto; preferisco dedicare i miei soldi a progetti solidi e duraturi, come 1298 o altre iniziative di Acumen Fund, alle quali ho dedicato il (poco) denaro che ho deciso di destinare alla beneficenza.
Lo stupa buddista, una montagnosa cupola bianca con in cima i tredici gradini dell’elevazione Buddista e il simbolo del fiore di loto, è circondato di “pray wheels“, ruote di preghiera, cilindri di varie dimensioni cosparsi di scritte che bisogna far girare mentre si prega. Noto tante persone che compiono i sette giri dello stupa, un diametro di circa cento metri, facendole girare tutte, per esaudire i loro desideri e compiere la preghiera. Una vecchia tentenna tra una ruota e l’altra, e in mano snocciola una sorta di rosario. Sorrido alla ingenuità, alla semplicità di questa persona, a cui sento di volere bene al di là di tutto.
Torniamo in centro città, io e la guida molliamo l’auto e ci muoviamo a piedi. Tutto intorno è un brulicare di motociclette, sbuffate di smog, cavi elettrici ovunque, scritte pubblicitarie tra cui campeggiano pepsi, coca-cola e sigarette; ogni tanto incrociamo un Tartem, un piccolo stupa; ci imbattiamo in negozi inimmaginabili nel loro caos e nel tipo di mercanzia offerta. I tessuti nepalesi, il cibo incerto, qualche raro negozio semi-occidentale con orologi, o argento, o elettronica, strade dissestate ovunque, nessun senso di ordine, gente vestita di stracci o comunque di abiti lerci o rimediati, e poi i motociclisti con qualche abbigliamento più costoso e pulito.
Cammino per oltre un’ora, sento improvvisa la stanchezza degli ultimi viaggi: in nove giorni dieci voli, dall’Europa a Singapore, poi a Bangalore, Mumbai, Delhi, Kathmandu e oggi Seoul, domani di nuovo Singapore, tra tre giorni di nuovo Europa. Torno in albergo, dove scopro che la corrente elettrica è razionata e in questo momento non è disponibile. Subekchha, una bella ragazza mora con un volto da modella, figlia della proprietaria dell’albergo, con un decente inglese mi spiega la situazione e mi dice che accenderanno il piccolo gruppo elettrogeno per me. Sorride gentile, e mi guarda incuriosita quando tiro fuori il mio MacBook con custodia rosa. Guarda il mio orologio di plastica, anch’esso rosa, e sorride. Dopo qualche minuto ho internet, e ne approfitto per guardare la posta e chiamare su Skype una persona cara.
A cena, sempre lì in albergo, il cameriere Umat mi accoglie con la gentilezza tipica del Nepal. Dannevat, grazie, rispondo. Mi viene in mente che qui a Kathmandu molti conoscono Baggio, chiedo a Umat ma lui non sa nulla di calcio. Salgo quattro rampe di scale, apro il catenaccio, entro nella mia stanza tipicamente nepalese, grande, con un letto matrimoniale comodo ma mezzo diroccato. Mi guardo quattro video scaricati da TED, tra cui Jamie Oliver, vincitore del TED prize. Persona senz’altro ammirevole, ma pessima esposizione nonostante la buona volontà. Sostiene che abbiamo un problema enorme, il modo in cui ci cibiamo, e crede che per risolverlo sia necessario insegnare a tutti cosa sia il cibo, e come si cucina. Non sono d’accordo: se le persone non imparano a cucinare è perchè cucinare richiede tempo. Non basta la buona volontà e i buoni propositi a cambiare le cose, ci vogliono i giusti incentivi. Spero di sbagliarmi, e spero che Jamie riuscirà ad esaudire il suo “TED Wish”, il desiderio che un vincitore esprime. E’ facile essere un “naysayer”, un criticone. Auguro a Jamie il successo. Ascolto il video di Jamie Heywood, che ha perso il fratello tre anni fa e che ha usato l’esperienza come stimolo per creare una piattaforma web di condivisione di informazioni mediche. Nobile e umanitario, bravo. La stanchezza ha la meglio su di me, spengo il Mac e sogno cose che non ricorderò.
L’indomani mi sveglio riposato, dopo quasi nove ore ad occhi chiusi. Volevo visitare lo stupa Swayambhu, qui nei paraggi, e giocare un po’ con le scimmie locali… Ma ho qualche pensiero in testa e spendo un paio d’ore a pensare, riflettere, scrivere qualcosa. Gli ultimi anni della mia vita li ho passati spesso da solo, ma sarebbe sbagliato dire che mi sono sentito solo: avere degli attimi per riflettere significa riuscire a comprendere ciò che si sta facendo, come si sta affrontando la vita, quali decisioni prendere. Essere soli ogni tanto può fare bene al proprio benessere.
Faccio le valigie, all’uscita dalla stanza decido di andare sul tetto e ammirare il panorama, un ammasso di edifici, antenne, panni stesi, torri dell’acqua, cartelloni pubblicitari ingannati dallo smog cittadino e da un’aria grigia ma irradiata dal sole.
Mentre scendo dal terrazzo, un tizio che era lì con me mi chiede che ore sono, e riconosco subito l’accento italiano. Si chiama Paolo Bombetti, ha un Bed & Breakfast a Roma (www.cuscinoecappuccino.it), chiude per tre mesi l’anno e ne approfitta per fare viaggi. Bella vita. Viene da Varanasi, secondo lui la città indiana più indiana che ci sia, e si ferma a Kathmandu per quattro giorni con suo padre.
Un giorno vorrei anche io una attività del genere. Avere molte settimane all’anno di ferie è come un “mini-retirement”, una mini-pensione. Aiuta molto. Ne sento il bisogno, e in realtà sto programmando una cosa del genere da tempo.
Pranzo di nuovo in albergo. Invece del Dal Jhaneko (lenticchie, aglio e semi di cumino) e del Tihun Misayako (curry vegetale) di ieri sera, decido di assaggiare il Bhat (riso integrale), il Roti (pane bianco, tipo focaccia), un po’ di verdure grigliate, erba e tofu.
Scopro che i taxi fanno sciopero. Mi incammino con le valigie verso l’autobus. Temo di perdere l’aereo o di dover comunque fare le cose troppo in fretta e così, tra un sorriso, una parola decisa e un gesto strano, convinco un tizio ad accompagnarmi all’aeroporto col suo taxi, complice una generosa mancia per un totale di 3000 rupie indiane, circa 60 dollari. Durante il tragitto mi ripete che siamo in pericolo, che se ci beccano rischiamo grosso. Intravediamo un corteo di manifestanti in lontananza, e lui prende una strada laterale per evitarli. Scopro che la piccola Suzuki riesce a fare il fuoristrada, perchè queste mulattiere con tracce di catrame e buche da battaglia non si possono certo definire strade cittadine. Questo imprevisto diversivo mi permette di ammirare, per una mezz’ora, gli interni dei quartieri più poveri di Kathmandu, fotografando coi miei occhi decine di diverse scenette, dal negoziaccio di cereali, alla donnona appoggiata alla ringhiera, al falegname che lavora con le assi in mezzo alla strada, ai bambini che corrono, i cani secchi e intontiti,
In aeroporto sbrigo le mille formalità, mi dimeno tra le lentezze burocratiche e i controlli severi ma incerti, cerco inutilmente di far funzionare la connessione ad internet del mio portatile da un “hot-spot” bar accampato tra le sedie, e infine salgo in aereo.
Mi siedo vicino ad una coppia di coreani e subito attacco bottone, come mio solito. Imparo a dire grazie, kùmap sàmmidàa; prego, chammanèo; mi chiamo Simone, dee iru un Simone immidàa. Ringrazio Woo Hoon Young, un medico coreano che si sorprende della mia facilità nel pronunciare il coreano perfettamente. Imparare lingue diverse e pronunciarle bene mi è sempre risultato facilissimo, ed è uno dei miei giochi preferiti quando parlo in posti come Mosca o Tokyo o Praga, o quando voglio attaccare bottone con belle ragazze.
La hostess coreana mi guarda gentilissima col suo viso incantevole e i lineamenti di seta, e mi chiede se ho ordinato un pasto vegetariano. Confermo, e ringrazio in coreano. Lei sorride, e arrossisce. Si chiama Kim, o qualcosa del genere, e mi chiede il mio nome.
Continuo a scrivere per un po’, arriva il mio vegetarian meal e me lo gusto guardandomi un film su New York per un’oretta, un film incastrato male che parla di amori, pensieri, sigarette, matrimoni. Mi piace l’atmosfera di New York, l’idea che lì vivano migliaia di persone con una storia particolare. Tuttavia, una città che ti indurisce, piena di competizione e di violenza.
Mi viene in mente una persona, e visto che questa roba sarà pubblica non mi va di scrivere tutto. Il pensiero rimane per un po’, mi accarezza, mi accompagna. Voglio tenerlo privato, eppure scriverne quel tanto che basta per poterlo riassaporare, rileggendomi. Vorrei che fosse qui, vorrei dirle delle cose semplici e belle, e vedere un sorriso spuntare sul suo viso. Sentire il suo braccio che si avvicina al mio, lo tocca. La mano che imprigiona la mia, in una gabbia di affetto e di luce.
New York con la neve, mi viene in mente. Everyone comes from somewhere else. E il Nepal si intreccia con la Grande Mela, e Kathmandu con Manhattan, e altri pensieri si intrecciano, scossi dall’annuncio in coreano che interrrompe il film.
Sento che la mia “vena” si sta esaurendo, e che aggiungerei soltanto cose non necessarie. Mi fermo, ammiro questa piccola creazione che dal monitor mi illumina il volto. Mi guardo intorno, prendo un respiro lungo. Annuso l’aria stantìa dell’aereo, a cui ci si abitua subito. Una hostess mi interrompe con le carte di immigrazione, le prendo, le compilo. Ammiro per un attimo le mie foto di Kathmandu.
Viaggiare è una ricchezza in sè. Stimoli, esperienze, la mente che si apre e respira a pieni polmoni l’aria del mondo. E ti senti diverso, e pensi che in tanti non possono capirti fino in fondo. Le esperienze che vivi sono tue. Puoi condividerne alcune scrivendo, ma quello che viene scritto nel tuo spirito, nella tua mente, è possibile conoscerlo solo stando con te, condividendo una vita, un’amicizia, una intimità con te. Rendendo alcuni giorni indimenticabili, eterni, immensi.
Faccio suonare Ludovico Einaudi e la sua musica celestiale, e Battiato, e mi abbandono ad un momento di pace.

Foto di Kathmandu qui.

Il giro del mondo in un anno

Lorenzo Cairoli parte a maggio 2010, per un anno, in giro per il mondo.
Se già non leggete il suo blog… Fatelo. E’ uno dei migliori in giro.

Un po’ lo invidio, un po’ invece sento che io sto già facendo qualcosa che si avvicina molto al giro del mondo. Il giro del mondo, quello vero però, senza lavorare, lo farò tra qualche anno… Quando avrò un messaggio da lasciare in giro, e soprattutto quando potrò farlo con una certa persona… :)

Lorenzo: in bocca al lupo. Sono certo che ti divertirai, e che sarà una avventura appassionante!