Archivio mensile:marzo 2010

Il buongiorno si vede da Fiumicino

[il buongiorno si vede dal mattino]

Alcuni giorni fa sono rientrato in Italia, dove sto trascorrendo alcuni giorni di lavoro intenso, e spero qualche altro giorno di riposo, amici, parenti, buon cibo italiano. Il post è volutamente postumo, perchè sto per fare una sorpresa alla mia ragazza e non voglio che lei legga che sono già in Italia (sperando che non mi capiti qualcosa tipo questo).

Sono atterrato a Fiumicino, aeroporto Leonardo da Vinci, il più vicino alla mia Assisi, alle 19:34, con un volo Air China da Pechino (in ritardo di 95 minuti).
Chiedo dettagli su eventuali rimborsi (o voucher per alberghi), ma scopro che i rimborsi non sono previsti. Arrivo al nastro trasportatore alle 19:50. Aspetto 55 minuti, e finalmente, quasi 70 minuti dopo l’atterraggio, arriva il mio bagaglio. Finalmente, dico al professore di Medicina con cui avevo scambiato due chiacchiere, anche lui in attesa del suo bagaglio.
Mi incammino verso la stazione ferroviaria, guardando sconsolato gli altri viaggiatori ancora in attesa del loro bagaglio. Per arrivare ai binari bisogna scendere una rampa di scale e salirne due, e di solito sono servite da scale mobili. Quella in discesa non funziona. Quella in salita funziona, ma l’altra è bloccata. In sostanza, qualsiasi viaggiatore munito di valigie deve trasportarle a spalla per almeno una tratta.
Guardo la stazione mentre aspetto il treno: che desolazione. Che sporcizia.
Sorrido di fronte all’ironia: che enorme differenza tra gli altri aeroporti internazionali, come quello di Pechino, qui sotto, e il Fiumicino nostrano.

beijing-airport

La storia del ritardo del bagaglio, in fondo, non è una tragedia, ma è solo una delle solite beghe che succedono sempre, qui all’aeroporto di Fiumicino, che non a caso risulta essere uno degli aeroporti peggiori d’Europa.
Per questo primato, desidero ringraziare personalmente ADR (Aeroporti di Roma), nelle persone di Fabrizio Palenzona (presidente) e Guido Angiolini (Amministratore Delegato). Se li conoscete, portate loro i miei saluti.
Malpensa non è in posizione tanto migliore, e voglio evitare di parlare della faccenda Alitalia, che ormai è di proprietà di AirFrance e non cambia nome perché altrimenti, tra le tante conseguenze, molti italiani smetterebbero di volare Alitalia (ditemi se mi sbaglio).
Mi consola il fatto che, a volte, in Italia succedono anche cose bellissime e inaspettate. E che a volte i problemi non succedono solo in Italia.

Quello che voglio sottolineare è la decadenza in cui versano gli aeroporti italiani, e la cattiva impressione che diamo ai visitatori che arrivano in Italia. Per non parlare dei treni che collegano Malpensa o Fiumicino al centro città, o al prezzo esorbitante (80 euro) di un taxi Malpensa-Milano. O dei treni in generale.
Credo sia molto condivisibile che la rete di trasporto di un paese riveste una importanza vitale per chi ci vive, o chi lo visita, e il nostro non brilla di certo.

Poi rifletto su una cosa: un post del genere potrei facilmente leggerlo nel blog di qualcuno dei miei amici. Non mi stupirebbe. Tuttavia, il post rimarrebbe uno sfogo senza alcuna utilità.

Mi chiedo cosa sarebbe necessario per migliorare questa situazione.
Cosa potrebbe fare un semplice cittadino? Lamentarsi e basta?
Mi viene in mente il discorso degli Open Data già citato da Nicola Mattina, e credo che un barlume di speranza potrebbe venire proprio da una cosa del genere.
Open Data significa mettere a disposizione di tutti le informazioni relative ad una qualche attività o servizio, tipicamente pubblico. Come applicare il concetto degli Open Data ad un settore privato? E’ giusto e utile farlo?
Giusto lo è di sicuro, data l’enorme importanza che il settore trasporti riveste nell’economia di un paese. Utile, è da vedere: ci vorrebbe una iniziativa “dal basso” in cui le persone raccolgono informazioni sui loro voli, i loro treni, i loro disagi. In cui trovano il modo di fornire feedback sulle persone con cui hanno a che fare, come in questa foto che ho scattato al banco immigrazione dell’aeroporto di Pechino.

feedback-beijing-airport

Il feedback è uno di quei meccanismi fondamentali per cambiare il comportamento delle persone. Immaginatevi per un attimo che nei treni, nelle scuole, negli uffici pubblici, ogni cittadino/cliente possa facilmente dire: il signor X mi ha trattato male, o il servizio fornito dal signor Y è scadente. Raccogliere tutto questo, dare nomi e volti alle inefficienze del paese, e allo stesso tempo premiare chi si impegna per fornire un servizio eccellente, nonostante tutto. Come Vincenzo, un operatore dell’aeroporto di Fiumicino che ha fatto il possibile per diminuire il mio disagio.

Mano a mano che questi “archivi” raccolgono informazioni (o lamentele), aumenta di pari passo la pressione nei confronti di chi governa queste reti di trasporti, e potrebbe possibilmente innescare l’intervento politico di qualcuno. O forse convincere gli stessi dipendenti di queste aziende a darsi da fare per risolvere qualcosa.

Come in molte cose, non possiamo aspettare che un problema si risolva da solo… Bisogna innanzitutto pensare a cosa possiamo fare noi per innescare un meccanismo virtuoso.
Molto spesso, infatti, le singole persone non sono svogliate o incapaci o disoneste: è il sistema in cui sono inserite che, nel complesso, soffre di problemi gravi. Non vuole essere una scusa per chi comunque non cerca di migliorare le cose, ma piuttosto un modo per individuare il problema corretto, senza cercare la gogna per il malcapitato di turno, salvo poi ritrovarsi con gli stessi problemi con l’operatore successivo.

Io non ho intenzione di investire tempo nel creare questo tipo di archivio, ma immagino che potrebbe essere una bella iniziativa o forse un business vero e proprio, perché una informazione corretta e una comunità di utenti hanno pur sempre un valore. Chissà che qualcuno non raccolga la palla e ci provi.

Io sarei felice di aiutarlo, nei limiti ristrettissimi dei miei tempi, con qualche buon consiglio.
Se non ricordo male, esistono già piattaforme web che raccolgono opinioni e commenti, ma secondo me si limitano a generare pagine per inondarle di pubblicità, senza offrire dati numerici o facilitare la soluzione dei problemi segnalati. Se qualcosa mi sfugge, commentate, sarei felice di dare un occhio ad una soluzione che funziona.

E voi, cosa ne pensate?

Post-elezioni

Non conosco i risultati definitivi, ma ci tengo a dire una cosa a tutti:
Le elezioni sono importanti, ma più importanti ancora sono i piccoli gesti di tutti i giorni. Non è giusto che continuiamo con questa negatività, con questo dover per forza gridare alla crisi e alla perdita dei valori.
Le elezioni sono elezioni: la gente, in un modo o nell’altro, cerca di esprimersi, di votare. Lo fa bene, lo fa male, lo fa sotto l’influenza dei media… Lo so, non è perfetto. Ma intanto è già qualcosa.

Non credo che il risultato delle elezioni possa cambiare qualcosa di significativo. Credo che per poter esultare e gioire, o viceversa poter piangere, siano altre le cose che contano.

E’ soprattutto quello che facciamo noi, che fa la differenza. Quello che facciamo ogni giorno. Essere onesti, aiutare il prossimo, sorridere, affrontare con umiltà e dignità il nostro lavoro.

E questo supera qualsiasi commento su astensionismo, decreti salvaliste, ribaltoni, grillini, e così via.
Pensateci un attimo.

Se qualcuno sta affogando, lo salvi?

Stai camminando e improvvisamente vedi una persona, anzi un bambino, che sta affogando.
Puoi salvarlo, ma per farlo devi buttarti in acqua e rovinare le tue costose scarpe italiane.
Che fai, ti butti? Il bambino è lì, non ce la fa più, ancora pochi secondi e la sua vita finirà miseramente.
Hai pochi secondi per pensare.
Ti butti?

La domanda era tosta, vero? Credo che molti di noi risponderebbero di sì.
Ovvero, sarebbero disposti a rovinare un paio di scarpe da 100, 200 euro, pur di salvare una vita.

E se ti dico: dona 25 dollari per salvare una vita? Fa così tanta differenza, per te?
Per molti la fa, la differenza. Le parole chiavi, in questo caso, sono PROSSIMITA’ e ATTENZIONE.
Se il problema non ci tocca da vicino di solito preferiamo ignorarlo.
[ispirato da]

Nei giorni scorsi ho lanciato due piccole campagne di raccolta fondi per Acumen Fund, usando come spunto una mia visita al quartier generale di 1298, a Mumbai.
La prima proviene da un articolo di giornale da me scritto su Nòva, giovedì scorso.
La seconda, da un mio articolo scritto nel mio blog.
Non avevano la pretesa di salvare il mondo, ma erano piuttosto un mio esperimento per vedere che tipo di risultati possono scaturire da iniziative di questo tipo.

Ecco i risultati:

acumen-fund-campaign

Commento ai risultati:
1) L’articolo su Nòva ha generato solo 7 click, e nessuna donazione.
2) Il mio blog post ha generato 49 click, e donazioni pari al 16,33% (8 donazioni, immagino). Ancora non conosco l’importo delle donazioni, ma immagino il totale sia al di sotto dei 100 dollari.
3) Sono stato felice di scrivere l’articolo su Nòva, ma dovrei inventarmi un altro modo per “monetizzarlo”.

Infine, due cose:
1) Mi piacerebbe sapere cosa pensate di questi risultati. Non è bello analizzare cose del genere? Non vi elettrizza? A me sì.
2) Fate ancora in tempo a donare, qui: http://bit.ly/acumen-brunozzi-it. E non dovete nemmeno bagnarvi.

Umilmente, credo che queste cose possano cambiare il mondo molto più delle nostre elezioni. Ma è un discorso lungo…

Grazie :)

Cinque dollari per 1298

Giovedì scorso è uscito un mio articolo su Nòva, l’inserto tecnologico settimanale del Sole 24 Ore, riguardante 1298, una azienda indiana che fornisce un innovativo servizio di pronto soccorso. Qui una foto di Sweta Mangal, la CEO di 1298, e a questo link il set completo:

sweta-mangal-1298-mumbai

L’articolo aveva due scopi: informare i lettori, e raccogliere fondi per 1298. Nell’articolo avevo lasciato un link per poter donare.
Questo è il tristissimo risultato del numero di visitatori che hanno raggiunto la pagina delle donazioni:

acumen-fund-nova

Questa è la prima bozza del mio articolo, che ho deciso di pubblicare qui integralmente.
Vivi in India, sei povero, hai bisogno di una ambulanza? Anni fa eri spacciato. Ora c’è 1298.

Mumbai, India. Sweta Mangal è di fronte a me. Sorride. I suoi trentadue anni non li dimostra: il viso giovane è dipinto di serena speranza. Viene dal Rajasthan, una delle aree più povere dell’India, e solo grazie alla lungimiranza dei genitori ha potuto studiare, vincere borse di studio e finire negli Stati Uniti dove, dopo la laurea in finanza e marketing, ha lavorato per circa un anno. La nostalgia la convince a tornare a Mumbai nel 2000, per ricongiungersi con la famiglia. Giovane e brillante, ottiene facilmente un lavoro presso TATA AIG, una divisione di assicurazioni del gigantesco gruppo Tata, quello che sforna milioni di automobili e guida la corsa indiana all’urbanizzazione e alla modernità, e passa così qualche anno della sua vita.
Nel 2003 riceve una telefonata, e questa telefonata cambierà radicalmente il suo percorso, e quello di molti altri, per sempre.
Shaffi Mather è un avvocato. Indiano, giovane, con un curriculum simile a quello di Sweta. L’ho scoperto per caso, mesi fa, vedendo un suo video del 2009 su TED.com.
Shaffi ha il telefono in mano e ha bisogno urgente di una ambulanza: sua madre sta soffocando. Dopo mille tentativi infruttuosi si arrende, soccorrendo la madre come meglio può. Succede tutto nel cuore della notte, qualche anno fa, e per fortuna la madre sopravvive. Una settimana più tardi è un amico di Shaffi, Ravi Khrisna, a sperimentare la precarietà dei servizi di soccorso, con la morte di un amico in un incidente stradale.
Shaffi convoca Sweta, Naresh, Ravi e Manish, tutti giovani indiani di successo, con esperienze all’estero ma il cuore rimasto in India: decidono che qualcosa va fatto.
I cinque amici finanziano di tasca propria l’acquisto di due mezzi e, con l’aiuto del London Ambulance Service – con cui Shaffi ha un ottimo rapporto dopo il suo master alla London School of Economics – e del New York Presbyterian, iniziano i test. Nel 2005 le ambulanze diventano dieci, e l’iniziativa prende la forma di un business vero e proprio: 1298, come il numero di telefono da chiamare in caso di emergenza.
Perchè un numero difficile da ricordare? Perchè i numeri migliori vengono dati solo in cambio di una generosa “mancia”: quel fenomeno così sfacciatamente diffuso in India che prende il nome di corruzione. Shaffi e gli altri non cedono, e decidono di andare avanti senza scendere a compromessi.
Sweta diventa CEO dell’azienda, che in poco tempo si distingue per qualità del servizio e bassi costi. Ma cosa la differenzia da tutte le altre? Nonostante l’anima “for-profit”, 1298 vuole rendere il servizio accessibile a tutti, ricchi e poveri. Il costo della chiamata di una ambulanza viene deciso su base volontaria, ma ci si accorge ben presto che il modello non funziona e che anche chi può permettersi di pagare decide di non farlo. Sembra un business destinato a chiudere presto, in una nazione povera e disorganizzata come l’India in cui, ogni giorno, muoiono almeno dieci persone sui binari dei treni.
“Ho conosciuto la povertà; non puoi cancellarla dal tuo animo. Ma ho anche visto cosa succede con una buona istruzione… Puoi spazzare via le caste, puoi spazzare via la povertà.”
Sono parole di Sam Pitroda, un formidabile uomo d’affari indiano che aiuta Shaffi e gli altri a capire due concetti fondamentali per il successo di un progetto “sociale” in India: essere autosufficiente, ed enfatizzare l’importanza dei sussidi per permettere ricavi ma al tempo stesso accesso per tutti, ricchi e poveri.
Il modello basato su contributi volontari viene soppiantato da un modello di sussidi incrociati, sfruttando le peculiarità del servizio sanitario indiano. Gli ospedali in India sono infatti di due tipi, pubblici e privati: chiunque abbia una quantità anche minima di denaro lo spende volentieri per essere ospitato nei secondi, visto che i primi offrono un servizio scadente. E così, se l’ambulanza deve trasportare qualcuno che sceglie un ospedale privato, quel qualcuno non è povero: 750 rupie indiane (circa 25 dollari). Se sceglie un ospedale pubblico? La metà, 375 rupie. Serve una ambulanza più attrezzata? Costa il doppio, si chiama ALS, Advanced Life Support, e provvede attrezzature e medicinali avanzati. E per i poveri in stato di emergenza? C’è l’esenzione se il trasporto è verso ospedali pubblici.
Sembrano regole crude e truci e forse troppo semplicistiche, ma garantiscono miracolosamente una perfetta corrispondenza tra ceto e costo del servizio. In pratica i ricchi sussidiano i poveri, e chiunque può usufruire del servizio quando la sua vita è in pericolo.
1298 inizia a decollare, finchè nel 2007 arriva il patrocinio di Acumen Fund, una non-profit americana che investe nei paesi in via di sviluppo e riutilizza i guadagni per investire di nuovo. Acumen investe 1,5 milioni di dollari, che fanno crescere le ambulanze da 10 a 91 in due anni.
Tutto sembra procedere per il meglio, ma la sera del 26 novembre 2008 accade qualcosa di terribile: una serie di attacchi terroristici scuote Mumbai, uccidendo centinaia di persone, ferendone migliaia, e instaurando il caos in una metropoli di oltre dieci milioni di abitanti. I primi filmati in TV mostrano le ambulanze di 1298 accorrere sul posto, quando ancora si credeva fossero solo incidenti. Per tre giorni gli operatori forniscono un incessante servizio in tutta la città, gratuito per tutti. Sono momenti drammatici, ma permettono a 1298 di balzare agli onori della cronaca, ed essere riconosciuto finalmente come uno dei servizi di ambulanza migliori.
La band musicale dei Jethro Tull, a Mumbai in quei giorni per un concerto, dopo aver assistito al dramma e aver scoperto 1298, decide di donare i proventi del concerto, spostato di qualche giorno, per l’acquisto di una ambulanza.
E’ un business che si sostiene da solo, ma le donazioni ovviamente sono ben accette: 50.000 dollari per una ambulanza, o 25.000 dollari per coprirne le spese di esercizio per un anno, e ricevere in cambio il proprio nome stampato sulle fiancate del mezzo.
Passano più di due anni, e il 19 febbraio 2010 mi ritrovo nell’ufficio di Sweta, grazie ad un gentile contatto in Acumen Fund e l’aiuto prezioso di Yehia Houry, un libanese figlio di funzionari ONU, coetaneo di Sweta, che ha speso gli ultimi anni della sua vita con la World Bank e con diverse organizzazioni umanitarie.
Sweta mi spiega i mille dettagli di 1298, una startup avviata a diventare una azienda di grande successo: 430 impiegati in tutta l’India, due milioni di dollari di ricavi nel 2010, destinati a diventare cinque nel 2011, e la proiezione di passare da quasi cento a oltre 3.000 ambulanze in cinque anni, replicando il modello in altre parti dell’India, in Sri Lanka, Bangladesh, Africa, anche grazie ad una nuova iniezione di capitale che sta per arrivare. Nonostante il successo economico, tuttavia, fornire il servizio in zone rurali ha costi così alti, e ricavi così minimi, da richiedere comunque il contributo governativo.
Mentre ascolto i dettagli che Sweta snocciola con grande competenza, rifletto sulle cose che diamo per scontato in un paese moderno, e a come queste cose cambiano in scenari come quello di Mumbai. Alcuni esempi. Il 90% delle richieste di ambulanza, ad esempio, sono per trasportare morti e, nonostante i facili guadagni, 1298 ha deciso di non gestirle, per rendere chiara e trasparente l’immagine di un servizio di emergenza sanitaria, non di pompe funebri. Gli altri servizi di ambulanze non operano 24 ore su 24, nè condividono le richieste di soccorso se impossibilitati ad evaderle. Molti indiani preferiscono trasportare i feriti in ospedale con mezzi di fortuna, e non conoscono il “concetto” di ambulanza, nè i benefici di ricevere assistenza medica durante il trasporto. A proposito: circa i tre quarti delle chiamate sono appunto richieste di trasporto, in cui gli assistiti non rischiano la vita ma hanno bisogno di assistenza di base finchè non raggiungono l’ospedale, e di una prima diagnosi fatta dai paramedici. La realtà indiana è dunque molto peculiare e diversa da quella italiana, e richiede soluzioni  specifiche.
Una delle chiavi del successo di 1298 è anche il modernissimo sistema informatico che gestisce le chiamate, che sfrutta Google Earth e alcuni sofisticati software per tracciare in tempo reale, tramite GPS, il percorso e la velocità di ogni singola ambulanza, e i luoghi da dove provengono le chiamate. Mentre l’ambulanza accorre sul posto, un paramedico assiste il paziente chiedendogli informazioni basilari e suggerendo cosa fare in attesa dell’ambulanza.

Visitare la sede di 1298 in un fatiscente palazzo di Mumbai, e conversare amabilmente per qualche ora con Sweta e Yehia mi ha fatto venire la voglia di raccogliere donazioni.
Come?
Semplice: vai a questo link http://bit.ly/acumen-brunozzi-it, scegli quanti dollari vuoi donare (il minimo è cinque), e paga con la tua carta di credito.

Grazie per il tuo contributo!

Uomo di fango

Mi scrive Adriano:

Uomo di fango è un bellissimo romanzo,  lo inizi e vai dritto fino alla fine.
Il lettore è molto preso dalla storia che non è mai scontata, anzi. In questo romanzo c’è un po’ di tutto: sesso, amore, alcool, ricerca del rischio,  idee politiche. Le stesse cose che girano per la testa di tanti ragazzi di 20 anni come il protagonista della storia: Davide, che insofferente della vita che fino a quel momento stava facendo, decide, nel periodo delle vacanze estive, di darle una svolta, e che svolta!
Non riesco a credere che sia il primo romanzo scritto da Simone: il “Io uccido” di Faletti tanto pubblicizzato non era senz’altro scritto altrettanto bene.

Sono felice che ti sia piaciuto, Adriano. Lascio questo spunto ai lettori del blog.
Se qualcuno di voi ha letto Uomo di fango, sarei felice di sapere cosa ne pensa (nei commenti).
Cheers :)

Mante vs Mattina

E’ sabato, sono all’aeroporto di Shanghai, in attesa di un volo per Beijing. Sono stanchissimo, dopo una notte passata a lavorare fino alle 2, dopo una cena piacevolissima con Davide Rana (di cui vi racconterò poi) e la sua ragazza, e tre ore scarse di sonno.
Perciò, mi arrischio a “rompere” un po’ le scatole al caro buon vecchio Mante, persona che stimo grandemente, perchè vorrei paragonare il suo modo di “vedere” la politica con quello di Nicola Mattina, altra persona che stimo parecchio.
Lo faccio, però, non per spirito polemico, ma per sottolineare quello che è il mio umile punto di vista.
In breve, Nicola guarda alla PERSONA, e dice che Emma Bonino riceverà il suo voto alle regionali del Lazio.
Massimo si sofferma sulla sua idea di politica, e sul suo gradire o meno le posizioni dei partiti, utilizzando uno strumento intelligente messo a disposizione da OpenPolis (lo sfondo si riferisce alle elezioni 2008, ma credo sia tuttora validissimo):

mantellini-politica

Da notare l’utilità di uno strumento del genere per permettere ad un elettore di confrontare le sue idee politiche con quelle dei partiti di riferimento.

Ecco, il limite secondo me c’è lo stesso, perchè guardare ai partiti non basta: i partiti hanno sì posizioni importanti, ma spesso la loro azione per portarle avanti non è efficace, per via della lentezza dell’apparato burocratico nostrano.
Preferisco di gran lunga l’approccio di Nicola il quale, da cittadino informato, sa benissimo che quel candidato si comporterà meglio dell’altro.

E’ normale, vista da Massimo (Mante), pensare ANCHE ai partiti; ma per me, che ritengo il dualismo destra/sinistra piuttosto obsoleto o comunque limitato, conta molto di più la possibilità di votare la persona.

E quando la persona da votare non c’è?
E quando, insieme a te, votano altri milioni di persone, e il tuo voto non conterà nulla in ogni caso?
Belle domande no?

Oh, poi, ce ne fossero di persone che comunque ne parlano, ne discutono, si animano e cercano di fare qualcosa perchè hanno a cuore il proprio paese.

Domani comprate il Sole24Ore, e leggete l'inserto Nòva

Tutti conoscono il Sole 24 Ore, il quotidiano finanziario più importante d’Italia.
Molti sanno che ogni giovedì esce con un inserto, Nòva (con l’accento sulla ò), un concentrato di novità, nuove tecnologie, nuovi trend. A me Nòva piace molto.

Domani vi chiedo di comprare il Sole 24 Ore. Di leggere l’inserto Nòva, e cercare un articolo che parla di 1298, un servizio di pronto soccorso indiano. Un mese fa ero a Mumbai, a visitare 1298, e ho proposto l’articolo a Luca De Biase (il Direttore di Nòva), che l’ha trovato interessante.

1298_simone-yehia

In fondo all’articolo trovate un link per fare una donazione ad Acumen Fund. Non voglio dirvi niente, per ora (riprenderò l’articolo e lo pubblicherò qui tra qualche giorno, incluso il link), ma ci tenevo a dirvi questo:

Apprezzo molto se riuscirete a leggere l’articolo.
Apprezzo molto se cliccherete il link per donare (con carta di credito; la donazione minima è 5 dollari).

Acumen Fund mi ha fornito un link specifico (la cosiddetta “Landing Page”), per misurare l’impatto di un articolo di giornale sulle donazioni. Secondo me è un esperimento interessante, soprattutto perchè in Italia di solito non si fa molto affidamento sulle “raccolte fondi” fatte in questa maniera. Chissà che stavolta non ci sia una sorpresa.

Ringrazio Luca per questa opportunità, e spero vivamente che da questo articolo arrivi un contributo concreto.

Se non potete donare (per mancanza di carta di credito), o se semplicemente non volete, avete un’altra possibilità per aiutarmi: parlarne.
Scrivere nel vostro blog, nel vostro Facebook, dirlo a voce ai vostri amici. Ritagliare l’articolo e portarlo a qualcuno che abbia voglia di donare.

Se non vi va di aiutarmi, potrebbe essere perchè avete altre cose importanti da fare, e vi capisco. Peccato. Spero che almeno l’articolo vi sia piaciuto.

Grazie.

Mamma li cinesi

Riprendo una nota frase che usiamo dire in italiano, “mamma li turchi“, che Giusy Gattuso definisce così: “L’esclamazione «Mamma, li turchi!» risale al periodo dell’arrivo dei mori in Sicilia: la gente era terrorizzata al solo nominarli e quando si avvicinavano ai castelli o ai fortini gridava, spaventata, questa curiosa espressione folkloristica di paura. Tale locuzione è, infatti, ed è stata spesso citata in opere riguardanti la paura verso gli immigrati e la xenofobia ma, nelle connotazioni moderne, ha preso anche un tono ironico. Essa, comunque, evoca antiche paure ancora oggi presenti nei confronti dei diversi in generale.”
Insomma, dal IX secolo ad oggi, questa espressione è rimasta nel modo di dire comune, il che è una delle cose belle delle lingue vive.

Ieri ho fatto una “full immersion” nella cultura cinese, in un modo molto particolare: ristorante russo (!), cinque ore e mezzo di seminario ad un Linux User Group locale, il Beijing LUG (e io che pensavo che gli Indiani fossero tosti), che mi hanno permesso di guadagnare la simpatia e la stima dell’intero gruppo.

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Hanno seguito altre tre ore di chiacchiere su argomenti diversissimi in un locale Koreano (ovviamente, Sud Koreano).
E così, ieri sera, mi sono ritrovato ad un tavolo con francesi, tedeschi, cinesi, australiani, parlando principalmente inglese ma ascoltando o improvvisando un po’ di cinese, francese e addirittura tedesco (!) e assorbendo mille informazioni e spunti di riflessione dagli expats (gli “espatriati”) o dai cinesi locali.
Tutti si sono stupiti che un italiano beva solo acqua, e la sera tardi mangi solo frutta; sia vegetariano; non abbia particolari preconcetti contro i francesi. Strano, vero? :)

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A dirla tutta, due dei tre francesi si sono rivelati spassosissimi, interessantissimi, e completamente cordiali. Frank mi ha raccontato degli anni vissuti in Italia, del cibo, delle persone, delle differenze tra spagnoli, portoghesi ed italiani, di come i cinesi fanno business, di cosa questo comporta nel campo dell’IT, come in altri campi.

Mentre rientravo in un taxi freddo, ascoltando una improbabile musica classica mentre un impassibile cinese mi riportava in albergo, riflettevo su tutto ciò che avevo assorbito nelle ore precedenti, e mi ricollegavo al mio post di ieri (Italia, Piazza Tiananmen), e a quanto poco conosciamo del mondo, se basta una serata come questa per aprirti un varco su una serie di cose che forse potevi immaginare, ma che non conoscevi così bene.

La seconda riflessione riguardava l’amicizia: il fatto che quando giri il mondo e passi una sera così, l’amicizia che scaturisce tra le persone è lì, palpabile, eccitante, e dentro di te sai che con buona probabilità non rivedrai quasi nessuna, di quelle persone, per il resto della tua vita… Eppure quelle persone ti lasciano un segno, un segno di amicizia, di compassione, e tu fai altrettanto per loro. Una cosa completamente diversa dalle amicizie “lunghe”, quelle che durano anni, quelle che valgono più di tutto il resto… Eppure, questa amicizia “effimera” ha un suo valore anch’essa.

Poi riflettevo su una frase di Frank, che ha una moglie giapponese. Chiedevo a Frank se avesse intenzione di tornare in Europa. E lui faceva spallucce, e diceva: mia moglie è asiatica, se torno in Europa come verrà trattata? Da “cinese”, come succede a Prato o a Firenze, ovvero come una immigrata di basso livello. Le vuole bene, e non vuole per lei un futuro in cui non possa integrarsi, sentirsi accettata, rispettata. I miei pensieri sono subito corsi all’Italia, alle CAZZATE razziste che certe persone hanno il coraggio di dire… E ai pericoli delle generalizzazioni.
Primo, se un marocchino compie un crimine, è un criminale ancor prima di essere marocchino.
Secondo, se il 90% degli albanesi viene in Italia per rubare (cifra ovviamente ridicola, ma alcuni razzisti arrivano a dire cose del genere), dapprima dimostrami che la percentuale è vera; in secondo luogo, qualora fosse vera, trova il modo di impedire l’immigrazione clandestina. Trova il modo, cazzo.
Terzo, se non fosse per gli immigrati onesti, tante cose in Italia nemmeno funzionerebbero più.
Quarto, se ti sta sulle scatole che alcuni immigrati vengono in Italia a fare i propri comodi, è stupido reagire col razzismo: reagisci pretendendo regole serie, e applicazione delle stesse. Così si costruisce un paese civile. Fare i razzisti è troppo facile.

Più giro il mondo, più mi rendo conto che siamo tutti umani; che non sono i cinesi, o gli americani, o gli italiani, o i rumeni… Siamo umani. Se abbiamo potere, cerchiamo di abusarne. Se siamo disperati, ricorriamo a misure disperate. E così via.

L’ultima riflessione riguardava la Cina, e la sua censura, il “Great Firewall of China”, e tutto il resto. Eh sì, è un problema, dicono. Perchè è un problema? E se invece fosse una soluzione per tenere in piedi una nazione di 1,3 miliardi di persone? Se fosse un modo per mantenere la pace? E qui, di nuovo, è necessario un grande bagno di umiltà. E’ giusto censurare? E’ giustificato farlo se è uno strumento necessario per mantenere una pace sociale? Discorso lungo, e per nulla scontato. Anche qui, basta chiedere a chiunque e chiunque ti sa dare mille opinioni forgiate nell’acciaio.

E Bill Gates, e la Bill and Melinda Gates Foundation? Dibattevo con uno dei francesi, Frederic, a proposito della sua fondazione “caritatevole”, sostenendo che in linea di massima è una iniziativa che comunque porta dei benefici, al di là delle critiche che si possono sollevare. Lui aveva una visione più negativa della cosa, ma poi gli ho ricordato che ci sono situazioni ben peggiori, aziende petrolchimiche, farmaceutiche, alimentari, che uccidono persone e devastano interi paesi con le loro politiche aggressive. Hai ragione, mi ha detto Frederic. Bisogna considerare certe cose; ciò non esenta dalle critiche, ma le pone nel giusto contesto.

E avrei tante altre cose da dire… Il tassista che mi ha lasciato a mezzo chilometro dal Traktirr Restaurant, dall’altra parte della strada, come se fosse normale trattare così un cliente… E la gentilezza dei camerieri cinesi nei ristoranti, e la bellezza dei costumi delle cameriere… E il traffico, e il tizio (il cui nome ho dimenticato) che mi aveva abbordato vicino a Piazza Tiananmen, mi aveva portato nella Città Proibita, e mi aveva fatto visitare la sua mostra di quadri, sperando ne comprassi uno. E Frank che mi diceva, ammirato e divertito: tu non sei più soltanto italiano, sei un cittadino del mondo adesso: senti come parli. E il mangiare, e il parlare, e i controlli per entrare a Piazza Tiananmen, e il poster di Mao all’ingresso della Città Proibita, e il piccione che mi ha cacato in testa ieri (prima volta nella vita), e i baracchini che vendono dolci o granturco tostato, i taxi “apetti”, l’importanza dei toni e del suono nella lingua cinese, sentir parlare persone occidentali e capire che c’è un universo dietro una lingua così… e così via.
E l’enorme potere della Cina, e l’idea che economicamente è una nazione che sarà in grado di spazzare via tante cose. Mamma li cinesi, forse un giorno diventerà un’espressione comune, da noi.
E mi tornano in mente i libri di Rampini, così lucidi e profondi, mentre raccontava la Cina che sta emergendo.

Credo che sia una vita ricca e piena, quella vita in cui vivi così intensamente da non avere il tempo di raccontare tutto.
Beh, tutto questo l’ho voluto condividere con voi. Sentivo di doverlo e volerlo fare. Spero vi sia piaciuto.

Italia, Piazza Tiananmen

Piazza Tiananmen, Italia. E’ un famoso “monumento” che contraddistingue una era buia e contorta della democrazia italiana. Perchè io, da italiano, agli italiani “gli” voglio bene (“gli” è rafforzativo e licenza poetica a-là Proietti), e mi dispiace proprio leggere certe cose.
Il problema secondo me non è tra destra e sinistra.
Il problema è in alto, e in basso. Vi spiego.

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In alto c’è una oligarchia di potenti che si fa allegramente i cavoli propri, e tratta il paese come una sua proprietà. E se la destra si inventa una manifestazione come quella di sabato scorso a Roma, il problema non è di chi è di destra: il problema è permettere che un signore di nome Berlusconi possa arringare il popolo come il peggiore dei tiranni. E che il popolo glielo lasci fare.
Ed è inutile che la sinistra si metta a contare gli errori, le barzellette di questa destra che governa: quando governava la sinistra le cose non erano tanto differenti. Forse, una cosa in cui Berlusconi eccelle è la sua arroganza, questo sì. Ma per il resto, mi dispiace: non vedo grandi differenze tra sinistra e destra, in termini di onestà, efficienza, correttezza. Non pensate soltanto ai vertici: come diceva qualcuno, la forza di un esercito non sono i suoi generali, ma i suoi soldati. Contano anche i mille funzionari che reggono i rispettivi leader.
Se pensate che destra e sinistra siano tanto diverse: portatemi i dati. Dimostratelo. Altrimenti, continuiamo dando per scontato che una grossa differenza non ci sia.

In basso, invece, c’è una massa di gente che, permettetemi di dirlo, è saccente, arrogante, e si lamenta sempre: gli italiani pretendono di sapere sempre tutto, hanno le loro opinioni su economia, giustizia, ecologia, tecnologia, e pretendono di insegnarle agli specialisti. Parlano spesso facendo eco a quanto leggono sui giornali, o alla corrente di pensiero del loro partito di appartenenza, o della loro cerchia di persone che generalmente ruota intorno alla stessa linea politica. Sto dicendo cose dure, lo so, ma fatemi la cortesia di interrogarvi un attimo, e pensate ad esempio all’ultima volta in cui avete espresso un parere economico: voi che ci capite di economia?
E se per caso di economia ci capite, prendete un altro argomento a caso, e ditemi se non parlate spesso a caso anche di quello.
No, non guardate soltanto voi stessi: guardate LA MASSA. Se voi siete intelligenti ed istruiti, e magari avete la buona abitudine di affrontare le cose con umiltà e modestia, e magari riuscite anche a capirci qualcosa… Ce ne sono altri dieci, in giro per l’Italia, che vi abbassano la media. E’ così. Siamo un popolo, e come popolo abbiamo i nostri grandi limiti.
E’ per questo che spesso dico, e non mi stanco mai di ripeterlo: ogni popolo ha i politici che si merita.

Ma veniamo a Berlusconi.
Io posso capirlo, Berlusconi: non è facile rimanere coi piedi per terra dopo aver costruito, in modi leciti o meno leciti, l’impero economico più importante dell’Italia degli ultimi duecento anni. Probabilmente mi sentirei fico pure io, e andrei a diciottenni pure io armato di viagra, cialis e capelli rifatti, e spaccherei il mondo con dichiarazioni esagerate e ottimiste, sapendo bene che per convincere il popolo a votarti, l’ottimismo è la prima arma.
Curiosamente, sto finendo di leggere “Learned Optimism” di Martin Seligman, il “padre” della moderna psicologia positiva, un dottore serio e rispettato che una quindicina di anni fa scriveva di come l’ottimismo riuscisse a far vincere le elezioni, almeno negli Stati Uniti. Berlusconi questa cosa la sa benissimo. Quando ascoltate i suoi discorsi, cercate di annotare le cose che dice: sono tipiche di un dittatore, di un arringatore di folle molto esperto. E’ una sua qualità, una delle tante.
Perchè, diciamocelo, Berlusconi ha fatto quello che ha fatto perchè è DANNATAMENTE IN GAMBA. Non potete negarlo. Essere in gamba non significa essere onesto: significa avere delle capacità in più rispetto alla media delle persone. Lui ne ha, cavolo se ne ha.

Per molti italiani di sinistra il problema è Berlusconi. Per molti italiani di destra è meglio avere Berlusconi, che essere governati dalla sinistra, anche se ogni tanto qualche sua “gaffe” suscita qualche sospiro di sopportazione anche tra le file dei suoi simpatizzanti.

Io sono di destra o di sinistra?
Non riesco ad identificarmi più con una sola corrente di pensiero. Forse è più corretto dire che mi sento un social-liberalista: un democratico, uno che preferisce la libertà, l’iniziativa, la meritocrazia, ma che pretende che le persone abbiano possiblità simili (se non addirittura pari) di poter raggiungere i propri obiettivi, e che lo stato si faccia garante della protezione dei più deboli. Se mi piace il capitalismo? No, perchè credo che sia una forma aberrata di economia libera, in cui grandi corporation ammassano potere e riescono a governare, di fatto, intere nazioni. La soluzione? Ho delle idee, ma di idee ne abbiamo tutti.
Ma il punto non è questo. Il punto non è di quale corrente politica io, o tu, siamo.

Il punto è che sempre di più questa Italia sta andando in una direzione oscura, ci stiamo facendo passare davanti scene Hitleriane senza far nulla. Io credo, anzi spero, che ci siano tante persone di destra che non sopportino Berlusconi, che vorrebbero vederlo sostituito da una persona più ragionevole, meno mitomane. Ma queste persone di destra si sentiranno anche il diritto di dire: beh, intanto vinciamo le elezioni, visto che senza Berlusconi non andiamo da nessuna parte. Ciecamente, si affidano ad un leader che li sta trasformando in pecore.
Poi, c’è da dire che Berlusconi proietta una immagine importante, quella di un uomo d’azione, di un meritocratico, di un imprenditore: e tutto questo è musica per le orecchie di tante persone che vogliono QUEL tipo di politici a governarli. E non hanno tutti i torti, nell’apprezzare certi tratti, salvo poi che la persona in oggetto sia questo anziano mitomane.
Ma se invece fosse un onesto imprenditore, un uomo in gamba votato al servizio della sua nazione, non sarebbe dieci volte meglio dei vecchi politici incartapecoriti? Ecco perchè ad alcuni piace, Berlusconi.
E il potere, lo sappiamo, non lo decidono solo le singole persone. Lo decidono i potenti. In Italia, molti voti li sposta la Chiesa stessa. E tessere rapporti, e scambiare voti, è molto facile tra poche persone potenti, che non tra gente che non conta un cavolo.
Ma quindi, siamo spacciati? Siamo mercè di chi ha più soldi, o più potere?

La democrazia, la libertà, sono la CONSEGUENZA di un popolo che sa difenderle, non di un singolo individuo. Mi chiedo: come è possibile che gli italiani riconquistino questo potere e siano in grado di confrontarsi politicamente, destra e sinistra, in maniera civile, evitando i raduni di massa e l’odio di certe manifestazioni? Dipende davvero tutto da Berlusconi?
Non sarebbe meglio DIMENTICARE Berlusconi, smetterla di dedicargli tempo e odio, e concentrarsi invece su cose positive da fare per le persone? E per quelli di destra: non sarebbe meglio essere onesti con se stessi, ammettere che la destra non deve per forza essere governata da un singolo uomo potentissimo, ma la destra può anche essere libera, democratica, liberale?

Io vivo l’Italia dall’esterno. Vivo all’estero da due anni, e da pochi mesi addirittura in un altro continente, a Singapore. Sento gli echi lontani di quello che succede. Leggo FriendFeed, Twitter, Facebook, da queste fonti mi faccio una idea. Ogni giorno sbircio il Corriere online per qualche minuto (uno dei giornali peggiori del mondo, che ancora mette la pubblicità prima dei video, “prende” le notizie dai giornali internazionali e non cita mai le fonti), ma raramente una notizia cattura la mia attenzione. Il grosso sono cavolate. Gossip. O argomenti futili, che non hanno nulla a che vedere con un quotidiano.

Ecco: il modo in cui facciamo informazione, e il modo in cui raccogliamo informazione, influisce sulle nostre vite e sulla percezione che abbiamo del mondo, sulla nostra “capacità” di difendere la nostra libertà.
Quanto tempo passiamo davanti alla televisione? A leggere giornali inutili? Quanto ne passiamo invece coi nostri cari, quanto a leggere un buon libro, quanto a informarci? Quanto, a scrivere un post in un blog, invece che rincoglionirsi di fronte ad una serie televisiva?

E soprattutto… Quanto siamo bravi a lamentarci, a dare agli altri la responsabilità di ciò che succede?

Io sono uno di quelli che sostiene che il suffragio universale sia un grosso problema, quando esistono i mass media. Sostengo che chi controlla i mass media, controlla il potere, perchè riesce ad usare tecniche astute per convogliare i voti dove lui preferisce. Non conosco un modo facile per rimediare. Non credo di riuscire, con un semplice post, a cambiare le abitudini degli italiani e convincerli ad usufruire dell’informazione in maniera più intelligente.

Però, intanto, questa ora di scrittura la dedico all’Italia, sperando che non diventi una nuova Tiananmen, la Piazza dove si è consumato uno dei tanti episodi di un regime autoritario. La dedico ai miei amici, alle persone a cui voglio bene, la dedico ai tanti “amici di rete” che forse non ho mai incontrato ma che godono della mia stima, Zio Bonino in testa (lo so, sono un fan dello Zio, che ci posso fare).

Che poi, di sicuro qualche boiata l’ho scritta anche io, e qualcuno penserà: “Ma che coglione…”. Ma il punto non è correggere me: il punto è iniziare una conversazione. Smetterla di lamentarsi, e fare qualcosa.
Quant’è bella, l’Italia, e quanto sono belli gli italiani, visti da qui.

Caro lettore mio, che mi hai sopportato per vari minuti e sei giunto fino in fondo: spero che queste mie righe ti convincano a fare qualcosa, qualcosa di piccolo, ma di importante.
Grazie.