Archivio mensile:aprile 2010

Mirko Bonadei, il mio "pupillo"

E’ iniziato quasi per caso, mesi fa, il mio rapporto con Mirko Bonadei.
Avevo bisogno di una persona che mi aiutasse, per qualche ora al mese, a sistemare alcune cosette del mio blog. Motivo? Perchè non ho tempo di farlo io, o meglio ancora, perchè quel tempo preferisco dedicarlo ad altro.

Mirko ha risposto all’appello, mi sembra il 12 dicembre 2009. Da allora, qualche ora al mese, mi ha sistemato il blog italiano ed inglese e seguito le mie “direttive”. In cambio, sto facendo coaching a Mirko.
Da quanto visto finora, Mirko si sta impegnando in maniera impressionante, con una grande dose di umiltà e forse un po’ troppo timore reverenziale nei miei confronti :)

Oggi Mirko scrive di presentazioni, ispirandosi a Garr Reynolds, e lo fa con una maestria lodevole.
Beh, credo che sia giusto indirizzare i miei 300 lettori scarsi sul suo blog, per una lettura. Vi piacerà.

Bravo Mirko, continua così!

Pizzatwit ad Assisi

Il mio amico Diego ha scritto un bel post per raccontare l’esperienza del primo PizzaTwit di Assisi.
Sono orgoglioso di quanto sia riuscito a fare.

pizzatwit-assisi

Sono ancora più orgoglioso del fatto che i proventi delle magliette, tolte le spese, equivalenti a circa 160 dollari, siano andati in beneficenza ad Acumen Fund.
Grazie, Diego. E’ stato un gesto bellissimo. E grazie anche ai partecipanti.

Qui il set fotografico completo.

Quid no quo

[ispirato da Seth Godin]

Seth oggi scrive un bel post (come solito), parlando di Quid pro quo. La sostanza è che, in modi diversi a seconda dei casi (l’acquisto di una falafel ad un angolo della strada; una cena ad un ristorante; la scuola di legge e i successivi 40 anni da avvocato), paghiamo qualcosa per avere poi altro in cambio, in maniera immediata, quasi immediata, o differita di molti anni.

Online questo tipo di matematica non funziona. Certe cose vanno fatte senza la ricerca di un tornaconto personale.
Ricopio quest’ultima parte, che lascio volutamente in inglese:

It takes heart and energy and caring, which are scarce but renewable resources. As a result, many people are able to spend them without seeking anything external in return. Even better, the act of generosity, of giving without expectation, makes it easier to do art, to create work that matters on its own. I think it’s more like Santa math. Santa flies around the world, giving stuff away, and for what? He earns gratitude, trust and friendship, that’s what. Sure, one day he might decide to license his image or try to sell you something. But right here, right now, gratitude, trust and friendship are plenty. Especially if you enjoy doing what you’re doing. Quid, no quo.

Simone intervista Roberto

Sono di nuovo a Singapore e ho appena passato un piacevole pranzo con Roberto e Mario, due italiani che stimo molto.
Roberto vive a Singapore da anni, e nonostante lo conosca poco, mi ha da subito fatto una bella impressione.
Ho passato un piacevole sabato sera a festeggiare i suoi 58 anni la scorsa settimana, e questa volta, durante il pranzo, gli ho chiesto di essere intervistato per me. Roberto non ha esitato per un solo attimo, e si è “buttato” subito, mettendosi in gioco. Leggete il seguito, vi piacerà.

roberto-cartelli-intervista

Simone: I tuoi primi trent’anni in una frase.
Ricerca.

Quale è la cosa più importante che hai scoperto viaggiando e trasferendoti lontano dall’Italia?
Mi sono imposto di essere più curioso, togliendomi una costruzione di certezze che mi ero fatto durante la “Ricerca”, per poi finalmente arrivare all’età del dubbio, che è la migliore di tutte.

Come mai il Roberto cinquantenne non abbandona tutto e torna in Italia?
Non so come rispondere alla domanda. Sento di avere la motivazione ad abbandonare tutto se è per andare avanti.
Anche quando ero in America, ero propenso a rimanere lì tutta la vita, ma poi ho avuto una opportunità a Singapore e l’ho colta.

Cosa rappresenta l’Italia, allora?
L’Italia può essere un punto di arrivo, ma non di ritorno.

Cosa raccontano gli occhi di un italiano quando osservano l’Asia dal di dentro?
Io non ho osservato l’Asia, perchè vivo a Singapore in una maniera molto europea.
L’Asia che io conosco l’ho vissuta da turista, come può fare chiunque.
Non escludo che quando la curiosità diventerà più importante del comfort, inizierò ad osservare l’Asia come intendi tu.

Senza entrare in dettagli troppo personali, come hanno influito le tue scelte professionali, e quindi i tuoi trasferimenti, sul matrimonio, e cosa pensi sia importante per mantenere un rapporto anche di fronte a scelte non sempre facili?
Deve essere necessariamente particolare. Nel mio caso, i miei spostamenti hanno fatto bene alla mia vita coniugale; ci siamo messi sempre in discussione quando si è trattato di rinunciare al comfort della vita precedente. Ritengo che sia un rinnovamento di cui si può beneficiare.
Bisogna avere anche una donna eccezionale che ti segue.
Detto questo, i miei primi tre anni a Singapore li ho vissuti da solo, incontrando mia moglie quando possibile.
Un uomo si può trasferire con due valigie, una donna con due container. Per un uomo è più facile :)

Passiamo a cose più “leggere”. Quale posto in Asia ti ha colpito di più, e perchè?
Il Vietnam, perchè è un paese dilaniato da tensioni interne da duemila anni, che include storia antica e moderna.
Vestigia di popolazioni estinte, o fatti recenti della guerra americana.
Vedi la gente che ha voglia di uscire da questa situazione: non trovi i grandi privilegi come a Singapore, ma vedi invece la gente che si vuole affermare, anche economicamente.
L’altra cosa dell’Asia è la delusione delle coste asiatiche: perchè se vuoi avere un mare bello, non ne trovi uno come il Mediterraneo. Inoltre sono preferibili le isole piccole, molto più belle.

La cultura, la religione, quell’aria mistica che spesso associamo all’Asia… Come ti ha influenzato?
L’unica vera religione che vige in Asia è quella del dollaro: il materialismo è dominante sotto la grande influenza cinese del successo associato alla ricchezza.
Il misticismo esiste solo in India.

Se dovessi scrivere un libro, che titolo avrebbe? E che contenuti?
Incontri. Sarebbe pieno di emozioni, incontri con altre persone.
Quando ho compiuto cinquant’anni, ho creato un foglio di calcolo con una riga per ogni anno, indicando poi a fianco le persone significative di quell’anno.
Guardando questa lista, ho capito che avrei potuto scrivere un libro su queste persone.

E cosa ti impedisce di farlo?
La scusa banale è il tempo. La vera motivazione è forse pudore. O presunzione di voler scrivere qualcosa di mio che possa interessare ad altri.

Roberto, ti conosco poco ma quello che ho conosciuto finora mi ha spinto a chiederti di essere “intervistato”. Io credo che un tuo libro sarebbe molto interessante perchè, tra le “righe”, mi sembri una persona in grado di cogliere particolari profondi della vita. Invece di un libro, allora… Perchè non un blog?
Sono ancora un old-fashion boy. Quando leggo cose lunghe, ho bisogno di stamparle.
Mi influenza molto l’aspetto grafico del testo. Simmetrie, equilibri.
Altri testi non formattati, tipici di cose più comuni, mi indispongono.

E allora una webradio?
Ti parlerò di una mia debolezza. Non parlo volentieri al telefono, e credo che il mio interlocutore lo capisca facilmente.

E se insisto?
Altra debolezza: se dovessi fare il tuo mestiere, Simone, ovvero parlare in pubblico, dovrei andare a visitare il posto dove dovrei tenere il discorso per… Farmelo mio, prima di poter esporre qualcosa in pubblico.
Una volta, quasi per ridere, mi sono messo in contatto col Milan per convincerli ad aprire una scuola di calcio a Singapore. Di calcio non ne capisco nulla, odio il pallone, e pertanto mi sono trovato fiondato in una realtà che non mi apparteneva. Nonostante questo, il 14 aprile 2008 ho fatto una conferenza stampa di fronte a molti giornalisti di Singapore, raccontando le possibilità di questa iniziativa. Sono andato benissimo.
Poi non se ne è fatto niente, per mancanza di sponsor. Ma insomma, credo di avere delle potenzialità.

Come sta il mondo?
Meglio di quello che si legge in giro. Penso sempre che il mondo abbia una sua dinamica, ciascuno si trova il suo spazio vitale. Devo dire che vivo una vita privilegiata, quindi il mondo vero non lo vedo. Bisogna rendersi conto che si tratta di milioni di chilometri quadrati, milioni di persone.
Singapore è un caso a parte, una piccola realtà.
Quando torno in Italia in ferie, poi, passo qualche giorno in una provincia ricca.
La mia esposizione al mondo che soffre è praticamente nulla.

Hai citato la sofferenza. Hai mai svolto attività benefiche?
Ho dato la mia esperienza e supporto a gruppi di aiuto per persone con problemi di droga o alcool.
Delle persone vicine a me hanno incontrato questi problemi, ed è stato lo stimolo che mi ha convinto ad aiutarli, e poi la cosa è proseguita.
Ora mi piacerebbe trovare un aggancio per aiutare una NGO (una azienda senza fini di lucro).
Poi mi rendo conto che non so fare nulla di utile per molte di loro.

Molti dei miei lettori sognano una vita all’estero. Cosa vorresti consigliare loro?
Banalmente, la mia esperienza è stata positiva. Ho avuto possibilità inaspettate, grazie alla mia disponibilità di accettare delle opportunità. Parlo quindi da privilegiato.
Bisogna mettere in discussione la propria “comfort zone”, solo attraverso quello si può arrivare a certi obiettivi.
Senza, si rimane spesso costretti ad una situazione insoddisfacente.
La mia famiglia di origine, inoltre, composta di poche persone, non mi ha posto particolari vincoli: sono stato cresciuto con forti principi di indipendenza.

Fatti una domanda, e datti una riposta.
Perchè hai aspettato di compiere 45 anni per girare la boa della regata della tua vita? Perchè non l’hai fatto prima?
Risposta: il tempo è una variabile fittizia. In realtà il mio percorso è stato questo, e sono comunque contento di averlo fatto a 45 anni.
La boa è quella dell’inversione del cammino, dalla ricerca ed esplorazione, alla meditazione e contemplazione.
E il lettore si chiederà: cosa è successo a 45 anni?
Leggetelo sul mio blog, che forse Simone mi convincerà ad aprire :)

Grazie Roberto. Una bella intervista, secondo me. E spero che presto aprirai un tuo blog, così le persone smetteranno di leggere il mio e verranno da te :)

L'auto che verrà

L’auto è due cose: un mezzo di trasporto, e uno status symbol.
Non voglio, per il momento, perdermi nella discussione su quanto sia accettabile, o stupido, o umano, o funzionale, usare gli status symbol per “sancire” la propria posizione nella società.
Se volete saperne di più, iniziate leggendo cosa sia l’interazionismo simbolico.

Quello di cui vorrei parlare oggi, invece, è dell’auto che verrà. L’auto del futuro.
Di quella che DOVREBBE essere, e di quella che invece sarà.

Prendo spunto da questa foto, si tratta di una Nissan Land Glider.

Nissan_Land_Glider

Si tratta di una auto “tandem” (due posti in fila), che si guida in maniera simile ad una moto: l’auto infatti “piega” in curva, fino ad un massimo di 17 gradi. E’ alimentata da batterie al litio e ha ovviamente motore elettrico. Può inoltre essere ricaricata a distanza, senza fili (wireless charging station).

Vedo con piacere che l’interesse per le auto elettriche sta aumentando. Un progetto interessante, che vi segnalo, è Better Place, un ecosistema di auto elettriche alimentate da batterie “scambiabili” e stazioni di “scambio”. Ho alcuni dubbi sulla “bontà” dell’azienda stessa, ma ne parliamo altrove.

Il problema delle auto è che sono VECCHIE. Sono state inventate più di un secolo fa, e nessuno sta cercando di ripensarle in chiave moderna.

Una auto “moderna” soffre dei seguenti problemi:
– E’ costosa da produrre e mantenere. Non ricordo dove, ma leggevo che nei paesi occidentali la voce “trasporto privato” incide per una cifra prossima al 20% sulle spese delle persone. Una enormità.
– Un’auto media pesa 1,5 tonnellate. Il che comporta problemi in caso di: urto con pedoni; urto con altre auto; trasporto delle stesse.
– Consuma un sacco di energia.
– Inquina.
– Richiede un guidatore.
– Viene usata per una piccola frazione di tempo.
– Viene in media usata solo una piccola parte della potenza disponibile.
– E’ ingombrante.

Nel mio romanzo Nonovvio, ambientato nel futuro, immagino un sistema di trasporto cittadino AUTOMATIZZATO, in cui i cittadini usano un dispositivo mobile (nel romanzo si chiama Giwiki) per prenotare l’auto all’ingresso della loro abitazione. L’auto arriva, e li trasporta rapidamente nel punto in cui devono andare.
Essendo automatizzata, la persona può fare altro nel frattempo. L’auto non deve essere pesantissima, perchè la sua traiettoria è controllata e non ci sono possibilità di impatto. Inquina zero. L’uso di queste auto viene ottimizzato, perchè si tratta di un gigantesco “car pooling” cittadino.
Se prendiamo come esempio Roma, con tre milioni di persone e oltre due milioni di auto, e consideriamo che ogni auto viene usata in media meno di due ore al giorno, possiamo facilmente ipotizzare che un sistema automatizzato possa ridurre il numero di auto necessarie ad una cifra, che so, cinque volte inferiore, ottimizzando al tempo stesso i trasporti e rendendo quindi le percorrenze più brevi, e risolvendo il problema traffico.
L’investimento di una cosa del genere sarebbe ENORME, e dovrebbe necessariamente passare in una fase di transizione.
Tuttavia, sarebbe un enorme beneficio per la città che lo utilizza.
Meno traffico.
Meno inquinamento.
Ottimizzazione delle risorse.
Risparmio.
Più tempo per le persone.
Meno incidenti. Forse zero.
Meno materiale sprecato.
Meno bisogno di parcheggi.
E così via.
Perchè nessuno fa niente? Perchè l’inerzia di una cosa del genere è gigantesca. Ci vorrebbe un colosso come Toyota, che prenda in mano una cosa del genere e la applichi, in maniera industriale e su grande scala, a molte città in contemporanea. Solo così si riuscirebbe a superare la barriera iniziale.

Invece, sto vedendo che le auto sono sempre più costose, sempre più pesanti, e i livelli di sicurezza aumentano, sì, ma gli incidenti e i danni diminuiscono anche perchè le auto SONO SEMPRE PIU’ LENTE, per via del traffico.
Secondo me aveva ragione lo “Zio” che nel film Johnny Stecchino dice che il problema di Palermo è IL TRAFFICO.
Ha ragione. Il traffico.
La terza è più grave di queste piaghe che veramente diffama la Sicilia e in particolare Palermo agli occhi del mondo.

Una IMPORTANTISSIMA implicazione dei sistemi di trasporto riguarda l’industria immobiliare. Come è noto, il costo e il valore degli immobili dipendono fortemente da speculazioni, ma anche dalla posizione di tali immobili rispetto ai luoghi di lavoro, ovvero al tempo necessario e alla comodità di poterli raggiungere.
Un sistema che ottimizzi il trasporto cittadino ha delle conseguenze ENORMI nei prezzi degli immobili. Probabilmente facendoli scendere. Ed ecco quindi il primo gruppo di persone interessate ad ostacolare qualsiasi tipo di innovazione di questo tipo.
E’ infatti lo stesso tipo di problema che riguarda i trasporti pubblici, o di collusione se vogliamo. I grandi immobiliaristi, detti “palazzinari“, hanno da sempre un rapporto stretto con chi gestisce i trasporti pubblici, perchè modificando i trasporti si modifica anche il valore di mercato di una area immobiliare.

E tutto questo ci porta alla politica, alle leggi, a tante altre cose.

Vorrei solo dire questo. Che abbiamo le tecnologie e le conoscenze per rendere la nostra vita migliore. Potremmo tutti lavorare, che so, 30 ore a settimana invece di 40 o 50 o addirittura 60. Potremmo arrabbiarci di meno nel traffico, sprecare meno risorse e denaro per le auto, e goderci di più la vita.

E il problema del nostro tipo di società, delle nostre cosiddette democrazie, è che di fronte a soluzioni intuitive e percorribili come questa, rimangono immobili, incapaci di attuare l’innovazione. E così finisce che quando l’innovazione arriva, è di solito per il puro beneficio di pochi oligarchi. E il resto degli uomini vive un moderno 1984 senza nemmeno rendersene conto, o ancora meglio, un Mondo Nuovo.

Che ne pensate?
Avrei molto piacere di leggere i vostri commenti. So che avete probabilmente da fare, e che scrivere un commento è una operazione faticosa. Ma io la apprezzo tanto.
Grazie.

Fiat e il medioevo

Lo chiamano mercato. Anzi, LIBERO mercato. La chiamano concorrenza.
Poi mi spiegate cosa c’entrano i balzelli medievali, che vengono dati ai potenti signori di Torino da cinquant’anni a questa parte. E poi mi dite anche perchè loro sì, e il resto d’Italia no.
Auspico un calo delle vendite del 99%, con buona pace dei rivenditori d’auto. Altro che 30%.

Che dite, troppo duro?

corriere-fiat