Archivio mensile:maggio 2010

Gary Coleman, detto Arnold

Ieri è morto Gary Coleman, dopo un trauma cranico. Aveva 42 anni.
Quelli che vedevano la TV negli anni ottanta lo ricordano di sicuro. Un adulto che faceva la parte di un bambino.
Il bambino era nero, strafottente, simpatico, e si chiamava Arnold.

Il Washington post dedica a Gary una galleria di immagini, e leggendo Wikipedia si scoprono tante cose interessanti. Una di quelle meno conosciute è che Gary, nella ultima quindicina d’anni, ha svolto lavori “comuni”, come la guardia in un complesso di edifici. Ha avuto spesso guai finanziari, dapprima coi genitori, poi con chi gli gestiva il patrimonio.
All’apice della carriera, quando faceva la parte di Arnold in diff’rent strokes, guadagnava circa 100.000 dollari a puntata. Mica male.

Il suo “Watcha talking ’bout, Willis?” è forse la battuta più famosa. Credo che in italiano fosse “Che cosa stai dicendo Willis?”. Eccola qui su Youtube:

Beh, tutto qui.

Microgesti

Gesti.
Piccoli gesti, piccolissimi.
Micro.

Così micro, che ti fanno pensare più di un’opera gigantesca.
Sono i microgesti che decidono molto del nostro umore, delle nostre riflessioni, della direzione che prendono i nostri pensieri.

Stamattina mi sono svegliato alle 4:40, anche se in realtà ho dormito poco e male, quattro ore di riposo affannato.
Bagno, una bella lavata al viso, gli occhi ancora gonfi che si guardano allo specchio.
Metto a fuoco il presente e mi ricordo di essere in un albergo a Sydney.
Poi mi vesto, mi metto davanti alla webcam, e mi preparo per parlare al CloudCamp di Milano, collegato via Skype.
Mi diranno poi che l’evento è piaciuto e il mio intervento pure. Ma il punto non è questo.

Erano le 21:20 in Italia quando, alle 5:20, inizia il collegamento e quindi il mio intervento.
C’era una persona particolare, speciale, collegata insieme a tutti gli altri allo streaming live.
Una persona che è entrata nella mia vita da poco tempo, ma che in proporzione l’ha sconvolta, abbellita, smussata forse più di ogni altro. E questa persona, pur non capendoci nulla di Cloud Computing, si è sorbita i miei quaranta minuti di inglese disturbato dalla distanza, pur di sentire la mia voce e vedermi “in azione”.
Un microgesto, appunto.
E poi, alle 6 passate, l’ho chiamata e ci ho conversato per un po’, prima di uscire e andare al CeBIT dove ho tenuto un workshop di cinque ore su Cloud Computing e Amazon Web Services. Faticoso, ma soddisfacente.

Questa storia dei microgesti mi stava ronzando in testa. Esco dal padiglione del Convention Centre, apro l’ombrello e mi tuffo nella pioggia di Sydney, diretto a piedi al mio albergo.
Dopo pochi minuti, fiancheggiando un molo su cui si affaccia qualche ristorante semivuoto, mi accorgo che di fronte a me c’è un giovane papà con in braccio suo figlio. Tre anni, o giù di lì.
Mi ha subito fatto pensare a Matteo, il figlio del mio carissimo amico Marco.
Il bambino era coperto da un giacchetto, ma il padre era privo di ombrello e si stava bagnando tutto. Andavano nella mia stessa direzione.
D’istinto, senza nemmeno pensarci, mi sono affiancato a loro e, spalla a spalla, li ho accompagnati all’acquario, dove erano diretti. Il bambino, che prima aveva un volto un po’ triste e col broncio, ha spalancato gli occhi e me li ha tenuti addosso per tutto il tempo. Il giovane papà mi ha sorriso e ha accettato di buon grado il mio “passaggio”, come se fossi amici di vecchia data, quasi senza fiatare, semplicemente sorridendo e ringraziando con tanta semplicità.

D’improvviso, la pioggia è diventata una danza, il traffico una musica, il freddo ai piedi un po’ bagnati è diventato una piacevole scossa di fastidio, e il pensiero felice del momento in cui mi sarei tolto le scarpe nella mia camera d’albergo e avrei messo i piedi al caldo.

Poi li ho salutati. Ho continuato per la mia strada, mi sono fermato a pranzare, ed ora eccomi qui in albergo.
E ho pensato: sì, un microgesto.
Un qualcosa che ha fatto più bene a me che a loro.

E poi ho pensato: sarebbe così bello, guardare gli altri e pensarli sempre come parte di una famiglia. Guardare un bambino, e scorgerci lo sguardo di un tuo nipotino; guardare un adulto, e immaginarlo un altro insostituibile Fratello; un signore ben vestito, e scorgerci tuo padre. Una anziana impacciata, e scorgerci tua nonna. Una donna, e vederci qualcosa di tua madre.
Lo so, sembra quasi una deriva “mistica”, questa, e invece non vorrebbe esserlo.
Chiamiamola microderiva, allora. Un secondo, ogni tanto, dedicatelo a pensare alle persone a voi care, e proiettatele sul resto del mondo. E così, magari, capiterà anche a voi di assistere, sorpresi, a tanti vostri microgesti.
Tanti microgesti che potrebbero microcambiare il mondo.
Buona giornata.

Il vero voto, il vero esercizio della democrazia

Il vero voto, il vero esercizio della democrazia, è ANCHE in quello che compriamo.
Ci lamentiamo degli enormi problemi ambientali che il mondo sta vivendo. E potremmo diminuirli drasticamente, ad esempio, mangiando meno CARNE e meno PESCE.
O comprando con più “testa”.

Però è faticoso. Non ci va di farlo. E se lo facciamo, vedere altre persone intorno a noi che ignorano questi principi… Ci fa passare la poca voglia rimasta.

Sono vegetariano principalmente per avere una dieta più salubre. Come effetto secondario, so anche che contribuisco in piccolissima parte a rendere il mondo un po’ meno terribile.

E voi, che ne pensate?

Sicilia mia

Ricevo una email:
Buongiorno Simone,
il mio nome è Alessio, ho 27 anni e vengo da Catania. Ho trovato il tuo blog così per caso e la tua storia mi ha incuriosito moltissimo. A Catania lavoro per una compagnia aerea, sono un flight dispatcher, lavoro molto bello… ma per nulla compreso nel nostro amaro paese.
Dopo aver passato gli ultimi 6 anni della mia vita ad investire forze e spirito in questo campo, mi sono reso conto che l’aviazione, ancor più in Sicilia, non mi permetterà di costruire un futuro… a maggior ragione se nella mia bella e amata isola, la legge è un trascurabile particolare, ma questo è un altro discorso che ti risparmio.
Ho cominciato a mandare miei CV in giro per l’Europa, addentrandomi in campi che si allontanano di molto dall’area in cui mi sono altamente specializzato. Tra i tanti annunci mi sono ritrovato tra le mani quello di *** di Amazon, con sede a Cork, in Irlanda. Ho mandato la mia candidatura e come per magia, due giorni dopo sono stato contattato da ***, che mi ha fatto un colloquio telefonico di circa 30 minuti. Credo sia rimasta contenta, a giudicare dalla telefonata.

Adesso, visto la tua bellissima esperienza in Amazon, vorrei chiederti, da tuo compaesano potenzialmente errante, se hai idea di cosa comporti questa mansione, dei benefici (in termini economici e di carriera futura) e se davvero mi converrà accettare una eventuale offerta da parte loro.
Considera che come te dovrei emigrare, quindi mi troverei ad affrontare spese non indifferenti; il gioco varrà la candela? Gli stipendi mi permetteranno di vivere degnamente? Potrò ambire ad una carriera che mi soddisferà o mi ritroverò come in questi giorni, a riflettere su 6 anni di sacrifici gettati al vento?

Spero di non averti disturbato troppo, rimango in attesa di un tuo riscontro. Complimenti vivissimi per il tuo coraggio, ti ammiro davvero tanto. Cotrdiali saluti,
Alessio

Rispondo ad Alessio:
Alessio,
innanzitutto grazie per la tua email. Mi fa piacere che tu abbia voluto spendere un po’ di tempo per scrivermi, e ancor di più che tu abbia avuto voglia di chiedere consiglio a me.
Adoro la Sicilia, una terra così piena di contrasti, ricca di storia, particolare, pur con i suoi problemi e il più grande dei mali, il “traffico” di Jhonny Stecchino :)

Hai “solo” 27 anni ma mi sembra tu abbia le idee ben chiare: vuoi cambiare la tua situazione.
Quella di Amazon è solo una delle opportunità che ti “aspettano” al di fuori del tuo ambito costipato.
In realtà, se conosci l’inglese (indubbio vantaggio del tuo lavoro) e sei disposto ad emigrare, già ti dico che di occasioni importanti ne troverai a bizzeffe. In Europa, oppure nella più dinamica Asia e Australia. In questo momento, tra l’altro, sono a Sydney, e ho avuto occasione nei giorni passati di conoscere italiani emigrati qui, contentissimi di averlo fatto. Molti siciliani.
Sul resto, ovvero sulle questioni più filosofiche e profonde della vita, preferisco dirti questo: pensaci da solo.
Se ne vale la pena? In maniera strettamente pragmatica, secondo me sì.
Dal punto di vista personale, degli affetti, sentimentale, della famiglia… Dipende molto da te.
E’ anche vero che nulla ti vieta di fare una esperienza all’estero per qualche anno, “toglierti il dente”, e poi tornare in Italia, consapevole che almeno lo “sfizio” te lo sei tolto, e consapevole di cosa lasci all’estero per il desiderio di voler tornare.
In generale, nessuna azienda “permette” di elargire consigli specifici per altre persone che desiderano candidarsi per una posizione lavorativa, e io mi atterrò a questa regola.
Ti dico solo questo: se ci vuoi provare, provaci sul serio, con tutte le tue forze. E’ spesso questo che fa la differenza, a prescindere dall’ambito in cui applichi questa regola.
In bocca al lupo.

Risponde Alessio con alcune cose personali, e poi conclude:
Grazie veramente di cuore per tutto quanto mi hai scritto. Ragionerò a mentre fredda sul da farsi, e spero che la mia decisione sarà quella giusta.

Un saluto di cuore, e non esitare a contattarmi se dovessi tornare alle pendici della mia amata Etna.

In bocca al lupo, Alessio!

Creatività

Oggi si parlava di creatività, al CeBIT di Sydney.
Si dice che la scuola “uccida” la creatività.
Che potremmo essere tutti creativi.
Che il mondo “corporate” contribuisce ad inaridire quel poco di creatività che siamo riusciti a salvare dalla “mannaia” scolastica.
Insomma, pare che sia pieno di creatività in ogni luogo e in ogni dove, e dentro ognuno di noi.

Certo.
Anche quando siamo solo dei semplici “feti”, il nostro “potenziale” è infinito. Ma ogni giorno, nel mondo, nascono 370.000 bambini, e non diventano tutti Picasso, Beethoven o Michelangelo. Anzi.

Io, tutta questa creatività, la sto vedendo sempre meno.

Credo che ci sia un problema di fondo: le persone, in primis, hanno bisogno di un sostentamento, di uno stipendio. Vivere in maniera diversa, “eccentrica”, richiede capacità particolari e propensione al rischio. Che non tutti hanno.

Secondo me, insomma, poca creatività. E forse nessun modo concreto per riportarla in auge.

Sydney Opera House

Il simbolo di Sydney, e dell’Australia intera, è senza dubbio la Sydney Opera House.
Questa opera fu concepita negli anni cinquanta dall’architetto danese Jørn Utzon, ma venne completata soltanto nel 1973. Utzon morì nel 2008, all’età di novanta anni, senza essere mai riuscito a vederla completata. Ma pensa che strano.
Se leggete i dettagli, scoprirete altre cose interessanti.

sydney-opera-house

Oggi ho visitato l’edificio, e ho scattato qualche foto.

Qantas e gli incentivi

Sono all’aeroporto di Melbourne, in attesa del mio volo per Sydney.
Ho fatto circa 20 minuti di fila per fare check-in.
Qantas, la compagnia aerea con cui volo oggi, adotta questa politica:
Se un volo sta per partire, chiede alle persone in fila chi sia su quel volo, e gli fa saltare la fila.
Una ottima scelta a livello “tattico”, perchè altrimenti quelle persone ritarderebbero il volo oppure lo perderebbero.
Tuttavia, una PESSIMA scelta a livello strategico, perchè da ora in poi arriverò in aeroporto mezz’ora prima, salterò tutte le file, e mi infilerò in aereo con tutto comodo, alla faccia di tutte quelle persone che sono arrivate prima di me e che si sono fatte 20 minuti di fila.
Qantas: stai sbagliando.
Usi gli incentivi nella maniera sbagliata.

qantas-and-incentives

Due anni con Amazon

Il 20 maggio 2008, esattamente due anni fa, iniziavo il mio lavoro come Technology Evangelist di Amazon.
Due anni. Ne sembrano passati duecento!

Ci sono tante cose che vorrei dire. Lo so, gli anniversari sono una cosa così, che lascia il tempo che trova.
Però sono anche buone occasioni per guardarsi indietro.
Quanta strada fatta, in due anni, da tanti punti di vista: professionale, personale.

Se c’è una cosa che voglio assolutamente dire, è questa: più impari, e più scopri quanto sei ignorante.
E se c’è una cosa di cui avevo TANTO bisogno due anni fa, e di cui ho ancora bisogno oggi, è l’umiltà.
Una qualità così rara, che decido di metterla al primo posto tra le qualità più importanti.
Così rara, che è difficilissimo alimentarla, costruirla, rafforzarla.
E ogni volta che qualcuno ci loda, ogni volta che facciamo qualcosa di grandioso, c’è una vocina dentro di noi che ci dice: “Sei il migliore”.
Cazzate.
Umiltà, ci vuole. Lo dico per primo a me stesso, e vorrei suggerirlo anche a voi.

E chiudo il post con questa perla del nostro caro Albertone, che con l’umiltà un po’ c’entra.