Archivio mensile:novembre 2010

Una goccia di Mumbai

Mumbai. Che città straordinaria.
Ogni volta che ci torno sento una strana energia dentro di me.
Sarà che, dopo aver letto Shantaram, non riesco più a guardarla con gli occhi del turista.

Questo weekend lo sto passando a Mumbai, e oggi ho deciso di visitare di nuovo Dharavì, lo “slum” più grande del continente asiatico dopo quello di Kharachi, con oltre mezzo milione di persone stipate in poco più di 1,5 chilometri quadrati.
Ero tentato di servirmi di Reality Tours, una NGO che offre visite guidate agli slum, con lo scopo di dare ai visitatori maggiore consapevolezza sui problemi igienici, di salute, economici e sociali che gli abitanti dello slum devono affrontare ogni giorno. Ero tentato, sì, ma alla fine ho preferito andare da solo, senza filtri, senza guida.


(palazzi fatiscenti nel lato nord di Dharavi)

Visitare uno slum in India non è la tipica attività del turista, ma è pur vero che farlo alla luce del giorno non comporta particolari rischi.
Gli indiani sono persone molto pacifiche, tendono ad ignorarti anche se sei l’unico “occidentale” che vedono da mesi, e al limite ti salutano e ti chiedono una delle poche frasi che conoscono in inglese, “How are you?”. I bambini sono un po’ più coraggiosi, e ti approcciano più spesso. Appena vedono la tua macchina fotografica, ti chiedono di far loro una foto.
All’inizio pensi che sia un modo per poi chiederti l’elemosina, ma non è così: per loro comparire nella foto di un occidentale significa essere importanti. A Mumbai mi capita spesso di essere approcciato da bambini o adulti in cerca di elemosina… Ma a Dharavi non mi è MAI successo.

Entrare a Dharavi è facile, basta infilarsi tra qualche palazzo decadente, e seguire poi la via delle baracche vere e proprie.
Perdersi
è ovviamente facilissimo, anche se io di solito ho un buon senso dell’orientamento… Ma non è un grosso problema, perchè basta camminare nella stessa direzione per uscire da Dharavi in poche decine di minuti, se si vuole.
Ma perdersi è anche il modo migliore per trovare. In questo caso, trovare la vita di Dharavi e dei suoi abitanti.


(preparazione della focaccia)

Camminare tra le baracche, ascoltare il fracasso dei clacson in lontananza o annusare gli odori fetidi della plastica e delle fogne, è un modo un po’ insolito ma efficace per riuscire a “vivere” davvero Dharavi, sentirne il cuore pulsare. Ogni angolo è un teatrino, con bambini che giocano a cricket con mazza e palla improvvisata, un vecchio che si lava, un carpentiere che aggiusta la sua baracca, una signora che vende spezie, una coppia quarantenne che offre servizio di stiraggio vestiti… Visto che non tutti si possono permettere un ferro da stiro, o la corrente elettrica.
Osservare queste scenette ti apre la mente in un baleno: tutte le cose che dai per scontate all’improvviso non lo sono più. Le regole della società occidentale vengono messe in discussione, e se ne capiscono con più profondità i motivi di esistenza.


(un bambino gioisce perchè gli ho appena fatto una foto)

Dharavi è sì uno slum, ma potrebbe essere scambiato per una città molto caotica e molto povera, perchè in effetti quasi tutti si “arrabattano” per trovare un lavoro, che a Dharavi significa organizzarsi per conto proprio. C’è chi costruisce un carretto e si offre come trasportatore. C’è il tizio in bici che trasporta uova, o il socio con un triruote sgangherato che trasporta anche altri cibi. Quello che nel cortile di casa alleva capre. O i due maiali neri che razzolavano nella spazzatura di fronte alle case di una famiglia numerosa… Maiali che nessuno si sogna di rubare, perchè a Dharavi è peggio che alla Casa Bianca a Washington: tutto è monitorato, controllato, misurato, da milioni e milioni di occhi che notano ogni stranezza, o ogni mancanza. La pressione sociale è così forte che la società stessa diventa coesa, unita, scandisce il tempo e le attività come una macchina perfettamente oliata, come una grande multinazionale organizzata.


(una delle strade meno trafficate di Dharavi… Ma ugualmente poverissime e sporche)

Ma poi c’è la povertà, quella vera, che rende tutto incredibilmente difficile. Nonostante questi indiani abbiano degli anticorpi incredibili, non è semplice per loro vivere quotidianamente a contatto con la sporcizia, con gli odori malsani, mangiare cibo che proviene da chissà dove, passato attraverso chissà quali mani, quali magazzini sudici, esposto al calore e alla luce del sole per chissà quanto tempo.
E poi, qui a Dharavi pochissimi parlano inglese, e lo parlano male: con le persone si interagisce solo a gesti, o usando al massimo una dozzina di parole base di inglese.
Sul cibo, però, ho preferito non transigere: mangiare qualcosa qui a Dharavi significa rischiare una intossicazione, o peggio, per almeno qualche giorno. E quindi mi sono limitato ad osservare, a volte estasiato, le mille bancarelle con cibo, spezie, carni o frutta, esposte al logorio delle mosche o al fradiciarsi dei raggi solari bollenti.


(una bancarella di spezie)

Giovani e bambini sono dappertutto. Non sempre mi è facile fotografarli, perchè non voglio rischiare di indispettire nessuno. Ma di certo non posso scordarmi le tante persone vestite con due stracci, ma con in mano il loro fedele telefonino… Il famoso “leap frogging” della tecnologia, ovvero la capacità dei paesi emergenti di “saltare” subito alle tecnologie più recenti, senza bisogno di compiere tutti i passaggi intermedi. La telefonia mobile ne è uno degli esempi più fulgidi.

L’interazione con gli indiani di Dharavi è semplice, e curiosa: molti si limitano a chiederti come stai, e poi smettono. Altri invece insistono, vogliono sapere da dove vieni, o come ti chiami, per poi dirti il loro nome e sentirsi fieri di poter conoscere un occidentale.

La sporcizia c’è ovunque, ma a volte raggiunge livelli impensabili, come ad esempio nei canali che circondano Dharavi, e che a volte la tagliano a metà. Sono rimasto diversi minuti a guardare un bambino giocare con un sacco nero della spazzatura a mò di acquilone, in equilibrio precario sul muretto che si affacciava su un canale, pieno di acqua e di… plastica, catrame, roba marcia e odori nauseabondi. E quel bambino giocava lì, ingenuo, noncurante della situazione, che per lui rappresenta soltanto la normalità.


(un bambino gioca con una busta nera della spazzatura, sull’orlo di un muretto)

Gli animali sono ovunque. Cani ovunque. Gatti rarissimi. Maiali ogni tanto. Pollame racchiuso in migliaia di gabbie, al pianterreno di altrettante baracche. Tenendo la macchina fotografica seminascosta, sono riuscito a scattare questa foto, in cui un pollo sta cercando di fare l’amore con una anatra che, più piccola di corporatura, si presta suo malgrado. I due “pollaroli” nemmeno ci facevano caso, mentre preparavano gli strumenti per sgozzare qualche pollo e farne fettine di carne da rivendere a qualcuno, o da mangiare in poche ore.


(un pollo un po’ confuso)

Dopo tanto girovagare, imbrocco la strada che ormai ho imparato a riconoscere, e mi ridirigo sul ponte di ferro che scavalca la ferrovia e porta fuori da Dharavi. La ferrovia, infatti, sia ad Est che a Ovest delimita l’area della baraccopoli.
Da lì, per la prima volta, riesco a dare uno sguardo d’insieme a Dharavi, a vederne l’estensione, e sentirne le mille voci e i canti musulmani che provenivano dalla vicina moschea. A Dharavi, in realtà, coabitano almeno quattro ceppi religiosi diversi, cristiani, musulmani, induisti di un tipo e induisti di un altro tipo (non ricordo bene il nome di questi ultimi due).


(all’uscita di Dharavi)

Esco, e mi ritrovo per strada. Cammino per altri dieci minuti, poi prendo un taxi e mi faccio portare al confine tra Bandra e Khar, lungo la costa, dove mi rilasso per una mezz’ora in un bar che conosco, guardando il sole tramontare.
Che bellissima esperienza. E quanti pensieri mi si accavallano in testa. E’ sempre così, quando vieni bombardato da mille stimoli, idee, considerazioni, e poi ti fermi per un attimo per “digerirle” e farle tue.


(verso la fine di questo filmato, un bimbo mi chiede di fargli una foto)

Guardare come vivono queste persone, osservarle nel loro ottimismo, nei loro sorrisi, mi fa pensare che un po’ di questo spirito pacifico, sereno, determinato ci vorrebbe anche in me… E anche in tante altre persone del mondo occidentale. A Dharavi le ingiustizie non mancano, e ci sono poche persone che controllano l’economia dell’intera area. Eppure, in tanta inequalità, in tanta povertà, in tanta sporcizia, queste persone riescono a sorridere ed essere, a loro modo, felici.
Non va copiato il loro modo di vivere, ma forse va presa ispirazione dalla loro forza nell’affrontare le avversità.

E chiudo qui. Spero che vi sia piaciuto leggere di questa mia giornata a Mumbai. Spero che un giorno potrete visitarla anche voi.

Lino Bansky

Ho DOVUTO, letteralmente DOVUTO, copiare anche il titolo di questo post GENIALE.
Appena l’ho visto nel mio Feed Reader, mi sono MESSO A RIDERE come un cretino, da solo in una stanza d’albergo a Mumbai, con il rumore di musica assordante indiana provenire dal giardino sottostante. Ho riso ancora di più al pensiero. :)

Per chi non sapesse chi è Bansky. E per chi non sapesse chi è Pasquale Zagaria. :)

Update: In questo frammento di film, un prete riconosce Pasquale Zagaria e ne ricorda insieme i bei tempi:

Figlio mio, lascia questo paese… Forse!

Oggi non riesco a togliermi dalla testa le parole di Pier Luigi Celli (ex direttore generale della Rai, ora direttore generale della Luiss Guido Carli, una prestigiosa università di Roma): “Figlio mio, lascia questo paese“.
Nella sua lettera, pubblicata da Repubblica il 30 novembre 2009, quasi un anno fa, Celli suggerisce al figlio:

… Col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. …

Il caro Massimo Mantellini pubblica sul suo blog il commento di una certa Valentina, anche lei “fuggita” a Londra, e anche lei impietosa nel giudicare l’Italia dal punto di vista lavorativo. Ne riporto uno stralcio:

… Lavoro circa il 30% in meno che a milano (9 ore al giorno 5 giorni alla settimana, invece di 12 al giorno se non 14 quando c’è una deadline e poi un paio di documenti da finire nel weekend così lunedì mattina sono pronti per review), e prendo oltre il 100% in piu all’anno di stipendio lordo. …

Nei commenti al post di Massimo, mi piace quello di Guter, che in parte riporto qui:

Ho avuto la fortuna di viaggiare molto, nella mia vita. Come molti ragazzi, a 18 anni sono uscito di casa, e sono partito alla ricerca di me stesso. Ho vissuto all’estero e in diverse zone dell’Italia, dal nord al sud. E durante le mie peregrinazioni, ho scoperto sulla mia pelle che ogni luogo abitato da esseri umani presenta i suoi pro e i suoi contro, esattamente come le persone che lo popolano. Bene, credo fermamente che non tutti hanno la fortuna di nascere nel posto giusto, e molti di noi devono cercarselo per allontanare quel fastidioso senso di insoddisfazione.
Dopo 10 anni da quel giorno in cui dissi ciao alla mamma, ho trovato l’amore e il luogo giusto in cui stare.
Valentina, se a Londra non sei felice e l’Italia non la sopporti (in realtà non sopporti Milano, e nemmeno io!), forse non hai ancora trovato il tuo luogo, o forse non hai trovato il tuo amore. Ed è tuo dovere verso te stessa cercarli.

Anche il commento di Trentasei è degno di nota:

… Io, per dire, avendo la possibilità di scegliere come Valentina, ho optato per l’ Italia perchè, semplicemente, mi piace la lingua, il cibo, i posti in cui abito, il mare. Non mi sento un eroe, anzi a volte un fesso, vedendo come sono le cose in Italia, e ogni tanto invidio un po’ quelli come Valentina. Ma trovo spesso -non sempre- in quelle cose elencate prima qualcosa di più che non il doppio del mio stipendio. …

E infine quello di Luca, non il primo ma il secondo commento:

… Mi sembra di svilire tutto impostando la questione come una lotta fra “illuminati che partono” vs. “lobotomizzati cresciuti a pane & tv che restano”. O fra “neuroni in fuga con nostalgia di casa” vs. “illusi con le radici piantate in Italia” …

(immagino che Massimo Mantellini, e i lettori del suo blog, non se la abbiano a male del mio “fregare” pezzi dei loro discorsi e incollarli qui; nel caso mandatemi una email e ne parliamo)

Parto dalla riflessione di Guter per dirvi la mia.
C’è chi non fa altro che lamentarsi dell’Italia, ma poi non fa nulla nè per cambiare la sua situazione, nè per cercare altre opportunità altrove. E l’altrove può essere anche altrove in Italia, non necessariamente dall’altra parte del mondo.
C’è chi vive all’estero e deve trovare per forza i lati positivi della sua scelta, perchè vive male con quelli negativi (lontananza dalla famiglia, clima peggiore, cibo peggiore, o cose simili).
C’è chi vive due anni in Lussemburgo, cinque a Toronto, tre a Londra, sei in Asia tra Singapore ed Hong Kong, e poi se ne torna in Italia in pensione, perchè è lì che il suo cuore è rimasto.
C’è il mio amico Tim, americano, che ha vissuto due anni in Italia da studente, e il suo sogno è quello di andare in pensione giovane e godersi una casa a Trastevere, e vivere lì il resto dei suoi giorni e crescere lì la sua famiglia.
C’è chi può solo lamentarsi, o leggere, o criticare, o suggerire, ma non ha la possibilità concreta di fare nessuna scelta. Un operaio che lavora in Italia e che non ha particolari specializzazioni, o che non conosce nessuna altra lingua, non necessariamente ha il coraggio di prendere “baracca e burattini” e trasferirsi in Australia, magari per fare il cameriere.
Che chi si preoccupa di arrivare alla fine del mese, e certi discorsi sugli stipendi alti o le cose che funzionano lo fanno solo incazzare di più.
E così via.

La verità è che di storie ce ne sono tante.
Che gli italiani non sono i soli a lamentarsi dello stato delle cose, o a pensare all’estero come la via di fuga, o la soluzione a tutto.
Negli Stati Uniti, molti dei miei amici adorano l’Italia, ne parlano come un paradiso in cui le cose non funzionano benissimo ma lo stile di vita è impareggiabile. Certo, lo è se vai lì in vacanza con i soldi giusti, non necessariamente lo è se devi combattere ogni giorno con i problemi del paese. Ma poi parlano della nostra passione per le cose, della cultura, l’arte, e capisci che non è tutto America quello che luccica. Che del buono c’è in Italia, anche se spesso viene dimenticato.
E soprattutto, capisci che queste cose dipendono tanto, troppo dal nostro modo di pensare, da come siamo fatti, dalle nostre esperienze, dal nostro punto di partenza e dalla fase della vita che stiamo vivendo.

Io, oggi, sto bene a Singapore, dove la mia carriera sta crescendo, dove il mio stipendio mi soddisfa. Domani, magari con dei figli, potrei preferire l’Italia a qualsiasi altro posto… E io sono solo uno dei mille esempi possibili.

Renzo Piano, forse il più famoso architetto italiano vivente, nella trasmissione “Vieni via con me” del 22 novembre 2010, intervistato da Fazio, alla domanda “Andare via o restare?”, ecco cosa dice.

Bisogna lasciar fare i giovani. Bisogna mettersi un po’ da parte.
Nel mio studio lavorano ogni anni venti studenti provenienti da tutto il mondo.
Bisogna valorizzare il talento. Bisogna che la politica faccia i concorsi.
Ci sono tantissimi giovani talenti che non hanno nulla da fare.
Oggi un architetto in Italia ha poche possibilità prima dei cinquant’anni.
C’è una intera generazione che è stata tradita.
La politica teme il talento, perchè il talento ti regala la libertà e la forza di ribellarti.

Fazio chiede: “Andare via o restare?”

Mah, secondo me i giovani devono partire, devono andar via. Ma per curiosità, non per disperazione.
E poi devono tornare.
I giovani devono andare, un po’ come ho fatto io, sono sempre partito e sono sempre tornato.
Devono andare per capire com’è il resto del mondo. Ma anche per capire se stessi.
C’è una italianità, non è quella dell’orgoglio nazionale… Noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante. Tutti. Il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato una straordinaria, invisibile capacità di cogliere la complessità delle cose, articolare i ragionamenti, tessere arte e scienza assieme.
E questo è un capitale enorme, e per questa italianità c’è sempre posto a tavola…

Ecco, quello che dice Renzo Piano è importante.
Ed è importante anche il tipo di valori che abbiamo, l’attaccamento alla famiglia, agli affetti, alle amicizie.
E soprattutto è importante questo:
CHE OGNUNO DI NOI SCELGA CON LA PROPRIA TESTA.

Io, a suo tempo, ho scelto di andarmene, e credo che sia stata una delle decisioni migliori della mia vita. E ora ho la consapevolezza di ciò che ho lasciato, di ciò che ho preso in cambio, e la fortuna di poter tornare quando voglio.

E voi, cosa ne pensate?

Update 1: non posso non linkare questo bellissimo post che parla dell’argomento.

Update 2: mi è appena venuto in mente che quattro giorni fa, in Nuova Zelanda, durante un convegno spunta fuori un Tweet che parlava di Mafia e Berlusconi. Oggi, a Mumbai, a pranzo, tre signori parlavano di lavoro, e alla fine uno se ne esce dicendo che non possono fare quella mossa lì perchè poi sembra che le aziende italiane fanno tutte le mafiose come Berlusconi.
Non voglio aprire il dibattito su Berlusconi, per carità… Però far riflettere anche sull’immagine che noi italiani stiamo dando al mondo, che forse ha il suo peso quando prendiamo certe decisioni.

Update 3: il Corriere.it parla del declino di Milano.

Update 4: Aggiungo la “Lettera a Giulio” di Vincenzo Novari, CEO di Tre Italia, che è in un certo senso una risposta alla lettera di Celli che citavo all’inizio. (Grazie Max).

Update 5: Anche la storia di Emma Reynolds è importante per capire queste faccende.

Update 6: Anche il post di Annarella va letto. Critico nei confronti della Valentina protagonista del post di Massimo Mantellini.

Nuova Zelanda

Sono a Sydney. Tra pochi minuti ho il volo per Auckland, Nuova Zelanda.
Non vedo l’ora. Mi fermerò solo qualche giorno, ma sono sicuro che ne varrà la pena.

Kickstarter

E’ un peccato che Kickstarter, a quanto ne so, non sia disponibile in Italia.
Permetterebbe a tante idee buone di trovare i soldi con il crowdsourcing, e di diventare realtà.
L’ho “riscoperto” stasera, erano mesi che non ne sentivo parlare. Apparentemente sta riscuotendo un grande successo negli USA.
Ne ho discusso anche con degli investitori qui ad Hong Kong, durante una conferenza.
Pensano che le idee che emergono da Kickstarter hanno maggiori probabilità di successo, e sono interessati a finanziarle.

Quanti clienti ha perso Geox?

Tempo fa scrivevo di un mio problema con Geox.
Vi ho anche aggiornato due giorni fa, parlando di Geox e più in generale della poca efficacia che certe iniziative hanno in rete.

Ecco la SINTESI di cosa è successo:
1) Per ben due volte, due paia di scarpe Geox si sono rovinate dopo pochi giorni.
2) Geox mi ha contattato, dicendomi che già sapevano del problema, e che si sono limitati a sostituire le scarpe a chi ne faceva richiesta.
3) Sostituire le scarpe non risolve le cose, perchè, come nel mio caso, il problema persiste.
4) Geox non mi ha fatto sapere altro. Secondo me, quando un prodotto ha problemi, DEVE ESSERE RITIRATO DAL MERCATO.
5) Per quanto mi riguarda, non comprerò più Geox per un bel pezzo.

Ora, come fare per far arrivare il messaggio a Geox, e a tutte le altre aziende? Come fare per difendere i nostri diritti di consumatori?
Facile: con nomi e cognomi.

Voglio raccogliere qui il nome e cognome delle persone che, a seguito di questa faccenda, hanno deciso di NON COMPRARE PIU’ PRODOTTI GEOX.
Per aggiungervi potete scrivere il vostro nome, cognome e città di residenza nei commenti.
Non so a quanti “iscritti” potremo arrivare, ma io ci provo lo stesso. E ovviamente, se pensate che sia una iniziativa degna di nota, per cortesia usate Facebook, Twitter, i vostri blog per diffondere la notizia.

A chi dice che “ci sono cose più importanti da fare”, rispondo: è vero.
Grazie.

Update 15 novembre: nel frattempo, l’utile di Geox è in calo. Che la cosa abbia già avuto effetto? :P

(La lista viene aggiornata ogni giorno)

1) Simone Brunozzi, Singapore
2) 3) Luca e Manuela Spallarossa, n.d.
4) Luca Giacconi, Ancona
5) Mattia Trapani, Milano
6) Mirko Bonadei, Bergamo
7) Alessio Biancalana, Roma
8) Massimo Cavazzini, Torino
9) Fabio Trivisonno, Bologna
10) Alessio Marinelli, Ancona
11) Matteo Risoldi, Ginevra
12) Damiano Migliorini, Firenze

Narcissus

Faccio i complimenti ad Antonio Tombolini e ai ragazzi di Simplicissimus Book Farm.
Da pochi giorni è online Narcissus, una piattaforma per il self-publishing di libri.

Se hai un libro nel cassetto, è il momento di tirarlo fuori. Una volta avevi la scusa che nessun editore ti voleva pubblicare. Ora non hai più scuse :)

Il problema è di Geox, o della rete?

Tre settimane fa vi segnalavo un mio problema con Geox.
In breve:
– Acquisto un paio di scarpe Geox a Singapore.
– Dopo pochi giorni, le scarpe sono già danneggiate, vedi foto sotto.
– Mi reco al negozio che gentilmente me le sostituisce con un paio nuove.
– Dopo pochi altri giorni il problema si ripresenta. Tra l’altro, in una situazione in cui non era facile trovare altre scarpe, ma tant’è.

In rete molte persone commentano, linkano, e così Geox viene a sapere di questa piccola disavventura.

In data 30 ottobre mi risponde la gentilissima Cristina, dell’Ufficio Stampa Geox.
Tra le altre cose, mi scrive:

Dalle nostre verifiche è emerso che, su un quantitativo di paia limitato disponibili a Singapore, c’è stato qualche altro caso di lacerazione della fodera.

Ah, benissimo. Già lo sapevate.
E quindi, cosa avete fatto per risolvere il problema?

In seguito a questi inconvenienti abbiamo allertato i nostri Dipartimenti di Controllo Qualità e di Ricerca & Sviluppo, che non hanno potuto ovviamente intervenire sulla collezione ormai presente in negozio.
L’azienda si è però attivata, sostituendo come da prassi le calzature danneggiate ai consumatori finali.

Questa mi sembra una mossa poco intelligente, o una politica aziendale poco attenta al cliente.
Cara Geox, continui a vendere scarpe ai tuoi consumatori, sapendo già che alcune di queste si lacerano dopo poco tempo?
E’ questa la qualità che Geox offre ai propri consumatori?
E’ questo quello che ottengo quando pago 125 Euro per un paio di scarpe?

Ma il problema, secondo me, non è di Geox.
E’ della rete.

Il problema è che abbiamo tutti da fare, che tutti ci lamentiamo che le cose vanno male, ma poi non facciamo quasi mai nulla per cambiare le cose.
E la rete, con il suo grande potere di comunicazione, non è diversa.

Qui c’è l’opportunità di dire non solo a Geox, ma a tutte le aziende del mondo, che se un prodotto è difettoso, va ritirato dagli scaffali… Altrimenti i consumatori non si fidano più e non comprano più.

E oggi, invece di leggere svogliatamente questo post, e poi spostarsi ad altre letture, questa famosa rete, questi Online Social Media che cui tanti “esperti 2.0″ lodano, potrebbero darsi una svegliata e far arrivare DAVVERO il messaggio a chi di dovere.
Io, per conto mio, rimango in attesa del mio rimborso, con poche speranze.

Ma forse questa faccenda di un paio di scarpe è poco importante.
E allora, ditemi questo: chi, dopo aver letto da Nicola Mattina della faccenda di Raphael Rossi, ha fatto qualcosa?
Nemmeno questa è una questione importante? Il travaglio di una persona onesta che sta pagando di tasca sua la difesa legale delle sue azioni, dopo aver fatto risparmiare allo Stato milioni di Euro?

Fatemi concludere così. Questo non è un problema solo italiano. E’ un problema generale.
Le persone tendono a lamentarsi, a pretendere, ma poi quando si tratta di fare qualcosa, molti si girano dall’altra parte. Fanno finta di niente.

Ecco, se questo post ha uno scopo, lo scopo è questo: farti pensare per un attimo a quello che fai TU, lettore, per far andare meglio il mondo. Se fai poco, o niente, forse è il momento di darsi una mossa.
E questo suggerimento, ovviamente, vale anche per il sottoscritto.