Dharavi

India, Mumbai, Dharavi: una baraccopoli di oltre mezzo milione di persone, schiacciate come pomodori in pochi chilometri quadrati, a sua volta oppressa dallo smog, l’umidità e le speranze della più grande megalopoli indiana.
Ero al Taj Lands End la prima volta, quando qualcuno mi ha parlato di Dharavi, e come un agnello innocente ho chiesto se fosse possibile visitarla. Certo che puoi, mi dissero. Chiesi più volte, a scanso di equivoci, ma tutti mi dicevano di andare.
Era il 2010. Mi misi in tenuta sportiva, una maglietta arancione tanto per essere sicuro che mi vedessero tutti, macchina fotografica compatta in mano, qualche spicciolo in tasca, e via. Quel giorno imparai tanto sugli indiani, sulle baraccopoli, sulle persone, e su me stesso.
Oggi è diverso: sono a Mumbai con un collega e amico, Frank (nome di fantasia), e voglio che lui veda quello che ho visto io.
Ieri ho cenato con Giovanni (nome di fantasia), un conoscente di vecchia data che ha mollato un lavoro sicuro e ben pagato in Svizzera per venire qui e diventare un imprenditore sociale. Ci vuole coraggio, per scelte del genere, e poi ci vuole qualcosa che ti brucia dentro e ti spinge ad andare. Giovanni lavora in un orfanotrofio, proprio a Dharavi. Non potevo sprecare una occasione così.
Io e Frank prendiamo un taxi sgangherato e arriviamo di fronte all’ospedale. Nessuno conosce l’orfanotrofio, e dopo aver chiesto diverse volte dobbiamo chiamare Giovanni e chiedere di nuovo indicazioni. Alla fine arriviamo, lui ci sta aspettando in strada. Entriamo. L’edificio è vecchio, fatiscente, ogni stanza un quadro di persone e cose e povertà, lo sporco è ovunque, il ferro abbracciato dalla ruggine, l’intonaco sparso come neve in una tempesta, i colori intriganti e sbagliati. Saliamo in ascensore, non senza qualche intoppo. Entriamo.
Centocinquanta metri quadrati, puliti ma comunque poveri come la polvere. Trentuno bambine, un bimbo, due adulti, e Giovanni che li aiuta da poche settimane. Trenta sono arrivati da fuori, il bimbo e una bimba sono i figli della coppia che ha iniziato tutto, undici anni fa. Chiamamoli Rajas lui, e Deepa lei.
I bambini dormono per terra su strenui materassini, si svegliano presto la mattina e si lavano a turno, per poi mangiare qualcosa e andare a scuola. Tornano nel primo pomeriggio e spendono il resto della giornata in diverse attività e classi, inglese, danza, giochi. Dopo cena, un’ora di televisione tutti insieme, e poi a letto.
Rajas era un impiegato, anni fa. Di ritorno da Bangalore, a trovare la mamma malata, si ritrova in treno con un ragazzino di tredici anni che piangeva come un ruscello. Ci parla, cerca di capire, e realizza che il ragazzino, fuggito di casa, si voleva suicidare. Decide di ospitarlo a casa sua per un po’ di tempo, lo aiuta a sostenere l’esame scolastico, poi chiama i genitori e finalmente li fa incontrare. Il padre, poliziotto, abusava di lui, picchiandolo e frustandolo con la cinghia della cintura. Il ragazzino era il colpevole di tutto, anche delle colpe dei fratelli più giovani. I genitori si pentono, piangono, lo accolgono di nuovo in casa. Rajas è felice, ma capisce che di ragazzini così ce ne sono milioni, in India, e decide di fare qualcosa. Prima quattro, poi altri, fino al limite fisico di trenta bambine vengono accolte nella sua casa. Passano gli anni, le bimbe crescono, e di recente due di loro si sono sposate e sono andate a vivere col marito. Bambine dai quattro ai diciassette anni, raccolte tra i rifiuti della stazione dei treni di Dharavi, o mandate dalla stazione di polizia se i genitori sono morti da poco. Rajas e Deepa sono sereni, generosi, sorridono e sembra che tutto questo sia come una passeggiata in centro. Non lo è.
Facciamo qualche domanda, cerchiamo di capire di più. Non è semplice. In certi momenti mi viene da piangere, quando guardo gli occhi dolcissimi e pieni di pace della figlia di Rajas e Deepa, cinque anni e tanta allegria in corpo.
Li salutiamo, dopo una veloce foto di gruppo scattata da una delle ragazzine, col sogno di fare la fotografa di professione.
Usciamo, cambiando rampa di scale perché nella prima stavano scannando un agnello, in mezzo al corridoio. Usciamo e prendiamo un altro taxi verso la stazione dei treni di Dharavi, dove dopo pochi minuti incontriamo Krishna, la nostra guida per i prossimi novanta minuti. In auto scambio due parole con Frank, e quasi ci viene da piangere. E’ chiaro che siamo entrambi mossi da quanto abbiamo appena visto.
Con Krishna ci incamminiamo verso la parte più densa di Dharavi, baracche una sopra l’altra, lamiere, plastica ovunque sui tetti, un dedalo di stradine e fogne aperte e tubi e sacchi e bambini ovunque, qualche scritta in lingua araba, altre in hindi, poche altre in numeri occidentali. Tutto sembra precario, come se una bomba fosse appena scoppiata. L’odore è lercio, marcio, bruciato, con aromi di plastica, fumi e polveri pesanti.
Dharavi è una baraccopoli diversa dalle altre: ha una sua economia fiorente, ed è uno dei posti più costosi dove vivere a Mumbai, a parte i condomini di lusso degli espatriati occidentali.
Dharavi ospita quattro industrie importanti: lavorazione del cuoio, riciclaggio della plastica, alluminio e altri materiali, produzione di cibo indiano per i ristoranti e i carretti di Mumbai, e infine la produzione di vestiti, borse, jeans. Le condizioni di lavoro sono estreme, a partire dall’aria, l’acqua, lo sporco ovunque, i materiali usati. L’aspettativa di vita dei lavoratori di Dharavi deve essere bassa per forza. Lavorare in quelle condizioni, anche solo per pochi anni, deve essere devastante per la salute. Ogni angolo, ogni momento meriterebbe una foto, che scatto mentalmente per cercare di portare questi ricordi con me, per sempre. Una donna indiana, quarant’anni, cammina trasportando decine di latte di alluminio vuote, appoggiate sulla spalla destra in un equilibrio apparentemente precario. Un vecchio intreccia cesti di vimini. In una stanza, tre giovani indiani stanno bruciando pezzi di alluminio per farne mattoni da dieci chili, da rivendere. Più avanti, gente per terra che separa diverse plastiche per colore e forma, gettandole in contenitori diversi. Ancora più avanti una montagna di bicchieri di plastica trasparenti, che riconosco: sono quelli che bevo ogni settimana in aereo. A Dharavi, infatti, molte delle attività hanno come clienti le compagnie aeree, che mollano tutta la loro spazzatura a Dharavi e le migliaia di giovani indiani separano, ammucchiano, bruciano, riciclano, fino a farne pezzettini monocolore che possono essere fusi per farne nuove forme, pronte per essere vendute di nuovo.
Camminiamo e ascoltiamo, guardiamo e registriamo nelle nostre teste. Saliamo sul tetto di una baracca, da dove si possono osservare i mille tetti irregolari, pieni di plastica lasciata ad essiccare al sole.
Un giovane plasticaro fischia più volte, gesticolando per chiedere a Frank quanto costano le sue scarpe Nike, azzardando un prezzo troppo lontano dal vero. Quasi nessuno parla inglese, qui a Dharavi, come del resto succede tra i proletari di tutta l’India. La quantità di stimoli visivi, di puzze diverse, di gente che spunta all’improvviso e ci attraversa la strada, è come una maratona per le nostre menti totalmente attive.
I bambini ti guardano, a volte ti salutano dicendo Hi, visto che i pochi occidentali che visitano Dharavi sono quasi tutti americani. Krishna ci racconta dettagli senza sosta, conoscendo ogni dettaglio di ciò che ci mostra. Ha vissuto a Dharavi per due anni, ma poi si è dovuto trasferire a nord, lontano, perché vivere a Dharavi è costoso, e solo se lavori come questi poveracci sei in grado, forse, di pagare l’affitto, o addirittura di comprare una baracca. Incredibile, se ci pensi. Cento metri quadrati a Dharavi possono costare più di centomila euro. Dharavi è il centro di una economia di oltre mezzo miliardo di dollari all’anno, a Dharavi c’è lavoro, spesso l’unico lavoro che un povero sia in grado di fare. Incrociamo un negozietto di pane indiano, e il proprietario saluta Krishna, come d’altronde succede regolarmente ogni due minuti, e chiede se conosce qualcuno che voglia lavorare per lui. Krishna, scherzando, chiede se noi due possiamo andare bene, l’amico ride e annuisce, felice. Ridiamo anche noi.
La gente qui sembra felice, serena, piegata dalle mille difficoltà ma sempre piena di dignità, e un fortissimo senso di comunità.
La criminalità è infatti quasi assente, qui a Dharavi, perché se commetti un crimine i tuoi amici e parenti si incazzano con te. Nessuno vuole grane con la polizia, e gli unici visitatori a cui varrebbe la pena rubare siamo noi occidentali, che di fatto portiamo opportunità o soldi con le nostre visite. Incrociamo due tedeschi attempati, intenti a contrattare il prezzo per alcuni prodotti artigianali. La nostra camminata ci porta in mezzo alle baracche, seguendo corridoi strettissimi e sporchi, per poi sfociare in alcune strade più larghe, dove il traffico di veicoli è caotico, e il rumore dei clacson ci uccide le orecchie. In India, come a Dharavi, gli indiani suonano il clacson regolarmente, anche quando non serve. E’ il loro modo di farsi vedere, di evitare che altra gente sbatta addosso ai loro veicoli. Essere in auto in India può essere una esperienza devastante, soprattutto per via del rumore, senza poi nemmeno parlare di quanto il traffico possa essere terribile nelle ore di punta.
Entriamo nella zona della terracotta, dove il calore e i fumi tengono lontane le mosche e gli insetti, che altrimenti ti fanno compagnia in ogni altra zona di Dharavi. Da lì passiamo nella zona residenziale di Dharavi, piena di bimbi che stanno tornando da scuola. I loro vestiti candidi si stagliano in mezzo alla miseria, le botti di acqua per lavarsi e bere quando l’acqua corrente viene interrotta, e i cavi elettrici che abbracciano le lamiere come una grande ragnatela nera. Passiamo vicino ad un bagno pubblico, dove l’odore diventa davvero nauseante, e più avanti vediamo invece un bagno a pagamento, che grazie agli spiccioli dei clienti viene tenuto relativamente pulito.
Una baraccopoli esiste perché la gente riesce a mangiare e bere e vivere lì dentro, ma il problema più grave diventa l’igiene. Dharavi, infatti, è plagata da problemi di igiene e pulizia, e molte malattie sono causate proprio dalle estreme condizioni in cui la gente vive.
Guardiamo un piccolo campo sterrato dove i bambini stanno giocando, mentre alcuni di loro lo usano come bagno all’aperto. Questa visione spiega il concetto meglio di mille parole.
Il tempo è passato velocemente, ed è già il momento di salutare Krishna e tornare in albergo con un taxi. Nei cinquanta minuti del ritorno io e Frank parliamo della nostra esperienza, ancora freschissima nella nostra memoria, e della sensazione di sporco addosso e dell’estremo bisogno di una doccia calda, un po’ d’acqua da bere, un pasto pulito.
Dharavi è entrata nelle nostre vite, e non la dimenticheremo mai. Resta da capire quanto questa avventura di oggi influenzerà le nostre vite future. Chissà.

[update: è uscito un bell’articolo su Dharavi, in inglese, qui]

4 pensieri su “Dharavi

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