Archivio della categoria: amicizia

Gli amici

Un caro amico mi scrive… E lo voglio condividere con voi.

Un contadino chiama il parroco per far benedire la sua cantina e così
liberarla dai topi che l’infestano.

Il parroco, uomo di buon senso, prima di impartire la benedizione
chiede al contadino se ha provato a metterci un gatto.

Il contadino, allora, chiede : “Ma perché la benedizione non glie’fà?”.

“Glie’fà!”, gli risponde il parroco “Ma tu mettece il gatto!!!”.

Lascio a te la morale della favola…

Antonio, simply the best

La mia stima per Antonio è già ai massimi, quindi questo post lo scrivo solo per voi lettori :)

Adoro, stimo, ammiro il modo in cui una delle persone più colte, giuste, informate che oggi vivono in Italia, sia in grado di ammettere un errore ed espiarne la colpa, dopo un semplice commento di un lettore. Guardate i miei due screenshot, prima il commento, poi il modo in cui il post è stato modificato da Antonio Tombolini.

Antonio, sei sempre il migliore :)

Commento:

Post modificato:

Come non essere d'accordo?

Ognuno nella vita ha i suoi piani, e non sempre è possibile realizzarli subito. Io sono felice di fare ciò che sto facendo.
Tuttavia, non posso non essere d’accordo, e lodare, questa bella frase di Alessandra, a proposito di Freelancing:

In un anno e mezzo sono ringiovanita di dieci anni, in corpo e spirito. A 46 anni, non è una brutta cosa. Mi posso permettere di scegliere di guadagnare un po’ meno, in favore della libertà. E parlo sia di libertà di gestire il mio tempo, sia di libertà di dire / scrivere ancor più liberamente ciò che penso.

 

Disperato, Erotico, Stronz

(poco fa vi dicevo del Post Sotto L’Albero, o PSLA 2010. Ecco, questo è il mio, di post, che con piacere vi ripropongo qui)


(questa foto mi ricorda il periodo natalizio dell’anno scorso. Ore e ore di ritardo in treno per raggiungere Venezia)

Disperato, Erotico, Stronz

Mi viene in mente quella canzone di Lucio Dalla, così strana e insolita: Disperato, erotico, stomp.
Vivo lontano dall’Italia da un po’ di anni, e ogni volta che penso all’Italia, specialmente per Natale, ho una visione sempre più distorta delle mie memorie. Alcune si fanno più vive e accese; altre sbiadiscono. Ricordo una canzone, una via, un albero, un volto, e ne dimentico cento altri.
Però è col Natale che certe cose ti tornano in mente con più frequenza.

Per noi italiani il Natale è qualcosa di importante fin dall’infanzia e – insieme al Capodanno e all’inizio del nuovo anno – sono le migliori occasioni per “fare il punto” della propria vita e tirare fuori i famigerati buoni propositi di cui ci dimenticheremo già dopo pochi giorni. Quello classico è: “Basta abbuffate! Ora mi metto a dieta!”, poi arriva il giorno della Befana e giù torta, dolci e roba grassa, tutto condito da abbondanti vini e spumanti.

Del Natale, qui a Singapore, gliene importa ben poco. Qui convivono molte religioni diverse: quasi metà sono Buddisti, un sesto sono musulmani, un sesto cristiani, un sesto atei, qualche taoista e induista. Lo stesso vale per le lingue, le quattro ufficiali sono inglese, cinese mandarino, tamil e malese. Le feste davvero importanti sono spesso legate alle tradizioni cinesi, e poi un Natale con caldo e umidità, senza la minima speranza di vedere un po’ di neve o godersi il tepore del bavero del cappotto sulle guance… No, non è un Natale come lo conosciamo noi.
Al limite, è una scusa per fare compere con ritmi ancora più frenetici del solito. Sì, se pensate che gli italiani siano consumisti e materialisti, venite a Singapore, e poi ne riparliamo.

Tra qualche giorno torno in Italia, dove passerò un paio di settimane a mangiare prelibatezze, incontrare vecchi amici, abbracciare la mia famiglia e i miei parenti cari. E guarderò con occhi nuovi le cose familiari dei miei primi trenta anni di vita. Assisi, le luci, la gente che compra i regali, le viuzze, l’atmosfera. E sentirò di nuovo vicini i miei amici cari, ma al tempo stesso li sentirò più lontani di prima, diversi… Perchè loro sono cambiati, e io anche. Forse di più di quanto non mi aspettassi.

E’ normale. Siamo esseri umani, e cambiamo anche in base a ciò che viviamo, alle nostre esperienze. Vivere lontani, in Asia, significa fare esperienze molto diverse. Vivere a Singapore, e viaggiare in India, Cina, Australia, Corea, Giappone, significa sperimentare stili di vita molto diversi tra loro, e sicuramente diversi da quello mediterraneo o quello milanese. E si cambia. E non ci si accorge nemmeno del cambiamento.

Ogni tanto leggo online di un “cervello in fuga”, che spesso spara a zero sull’Italia e loda la sua ritrovata serenità e benessere. Ricercatori scappati a Londra e ora felici e contenti con stipendi grassi e fondi generosi per fare i loro esperimenti. Imprenditori che trovano il successo grazie a investitori svegli e capaci, regole più semplici, mercati più ricchi. Ingegneri, informatici, biologi che scelgono la via delle grandi multinazionali, come ho fatto io, e si ritrovano in ambienti di lavoro meritocratici, con mansioni “fighe” e conti in banca che crescono. Oppure, coraggiosi e spavaldi che, disillusi dall’Italia, se ne vanno a fare i camerieri in cerca di altre opportunità, che spesso trovano.

Secondo me non è giusto, criticare e basta. Italia o non Italia, siamo liberi di fare le nostre scelte, di godere dei risultati, di soffrire per ciò che ci manca ogni giorno. Apprezzo chi ha il coraggio di partire, in cerca di fortuna e successo e soddisfazioni, ma anche chi rimane per scelta, o chi rimane per vincoli stringenti. E questo non succede solo in Italia. Il mio amico Kurt, americano, vorrebbe tornare a vivere a Singapore, ma non può perchè i suoi genitori sono anziani, lui è figlio unico senza moglie nè figli. Pensate, un americano che vive negli Stati Uniti, che vorrebbe vivere a Singapore per il resto dei suoi giorni. O il mio amico Tim, anch’esso americano, che ha vissuto due anni in Italia e sogna di andare in pensione presto, comprarsi un appartamento a Trastevere, e godersi Roma fino alla morte. La “America” degli anni cinquanta non è più l’America di oggi. Oggi è difficile capire dove, come, quando possiamo essere felici e trovare soddisfazione. Forse non dipende nemmeno dal dove, è qualcosa di più “interno”, più nascosto.

E’ vero, io ho trovato la felicità andando all’estero. Prima in Lussemburgo, ora a Singapore. Sono felice, più felice di prima. Ho avuto momenti duri, tristi, difficili, ma anche tante opportunità per mettermi alla prova, riuscire, e guadagnare fiducia dai miei successi. Per me è stato l’estero, per altri può essere qualcos’altro.

Il Natale per noi è sempre un momento di riflessione anche e soprattutto sulla nostra felicità e soddisfazione personale. E spesso, per noi italiani all’estero, è anche un momento per chiedersi se ci manca l’Italia, se e quando torneremo, se ha senso tornare. Alcuni sono persi per sempre, rimarranno dove sono perchè lì sono felici, perchè non ci sono ragioni per tornare. Altri rimarranno col dubbio. Altri sanno che torneranno, e forse lo faranno presto.

In questi anni sto scoprendo tante cose nuove di me, di ciò che mi rende felice, di ciò che conta. E forse queste scelte di vita, questi luoghi, queste opportunità, sono esperienze che ci arricchiscono e che ci fanno capire sempre di più qualcosa di come siamo fatti noi. Noi, diversi da tutti gli altri, eppure così uguali.

Per questo Natale 2010, auguro a tutti quelli che leggono di riuscire a capire qualcosa di più, e gioirne, anche.
E ringrazio Sergio, il nostro Sir Squonk, che con un gesto apparentemente semplice e quasi banale riesce invece a darci una occasione per riflettere anche noi, una volta di più. Che non fa mai male.

Trivandrum

Sono a Trivandrum, vicinissimo alla punta sud della penisola indiana. E’ ottobre, e il clima è quasi estivo. Sole, brezza marina, verde, noci di cocco. Un mezzo paradiso.

Oggi ho camminato per ore sulla battigia, ad ascoltare il mare, il fruscio dei granchi che si rintanavano nei buchi fatti nella sabbia, il guizzo dei corvi in cerca di pesci morti da mordicchiare. Il passo silenzioso dei pescatori. La vita e i ritmi delle file di case di fronte alle spiaggie.
Un pescatore ha un braccio amputato, e smuove le reti coi suoi fratelli come se niente fosse.

La sua serenità mi colpisce. E quella di questo luogo, così lontano dalla civiltà che noi conosciamo, eppure così calmo, in pace.

Il verde di questi posti mi affascina. I colori delle acque, i riflessi del sole. A suo modo, è un piccolo paradiso.

La sera vado a cena al ristorante Casa Bianca, gestito da una italiana. Carmen, credo, o qualcosa del genere. Lei non c’è.
In compenso la pizza è deliziosa.
L’auto dell’albergo non è disponibile, e invece di farmi chiamare un taxi, decido di andare a piedi. L’albergo è a qualche chilometro di distanza, ma il buio della notte e un po’ di stanchezza mi fanno sbagliare strada. Mi fermo ad un incrocio e cerco un taxi, invano, per venti minuti. Poi mi incammino di nuovo, e un ragazzo mi ferma e mi chiede se può aiutarmi. Dice di avermi visto in cerca di taxi pochi momenti prima, e si offre di accompagnarmi vicino all’albergo.
Salgo in auto con lui e il suo amico. Lui è poliziotto ferroviario, l’altro è dentista. Iniziamo a parlare e in pochi minuti decidiamo di andare a bere qualcosa insieme. Passiamo oltre due ore a chiacchierare, io che scopro il loro modo di pensare, le loro idee, e loro che aprono gli occhi sull’Europa, l’america, il Ghana e altre cose che riesco a raccontare.
Alla fine la stanchezza ha la meglio, mi riaccompagnano in albergo, e decidiamo di vederci anche domani per andare in spiaggia insieme con altri amici ed amiche.
Gentili.

Non è fantastico viaggiare, ritrovarsi da soli in un luogo mai conosciuto, e fare amicizia? E scoprire cose nuove?
Ora vado a nanna… Buon weekend :)

Ancora Sydney

Nelle ultime due settimane ho volato più di Obama in un anno… E il tanto lavoro accumulato mi ha impedito di scrivere e pubblicare diverse cosette.
Spero di poter rimediare, presto. Un po’, però, mi dispiace.
Avere un blog non è niente di che, ma averlo per condividere certe cose è una delle soddisfazioni più belle.
Va bene… Ora vado a nanna, chè qui è tardi. A presto! :)

Il mio poeta preferito

Ben prima di Neruda e Baricco, ve lo presento: il Dax.

Oggi mi sono deciso anche perché volevo pisolare ma qualche vicino ha appena comperato un bellissimo martello pneumatico e lo sta provando sui miei coglioni. Domani gli dirò che funziona perfettamente.

Hong Kong

Hong Kong. Porto fragrante, significa.
Ero qui nel lontanissimo 2005, dieci giorni per lavoro. Ed eccomi di nuovo qui, nel 2010, sempre per lavoro.
Ci sarebbero tante cose da dire, da raccontare, ma la stanchezza mi assale e quindi sarò breve e conciso.
Vi racconto una sola cosa.
Ho conosciuto Alex, americano che lavora per CNN ad Hong Kong, e che era compagno di università e di bevute con il fondatore di FourSquare. Molti di voi non sanno cos’è, ma possiamo approssimare dicendo che sarà il nuovo fenomeno “online social” dopo Twitter.
E con lui e Rick abbiamo parlato, e tanto, di tante cose interessanti.
E io sostenevo che il 75% della nostra soddisfazione dipende dalla nostra attitudine, e il 25% dal luogo in cui viviamo. New York ci dà molti più stimoli di Moines, Iowa, ma la differenza è meno marcata di quanto vorremmo credere. Loro invece dicono 50 e 50.
Una bella serata.
E penso che una delle cose belle della vita è avere continuamente conversazioni stimolanti con persone stimolanti, e posti stimolanti e nuovi e cose che cambiano ma non invecchiano mai.
E poi penso a cos’è davvero l’amicizia, e la risposta in parte mi spaventa, in parte mi affascina, in parte mi seduce e mi rende fiero di come spendo il mio tempo.

Mio Padre a Singapore

Ebbene sì. Piango.
Ma no, non un pianto a dirotto. Una lacrimuccia.
Dapprima, quella sensazione, quel magone, quell’intoppo alla gola, lo stomaco che si stringe, gli occhi che si guardano intorno, quasi a vergognarsi delle prossime lacrime. E poi ti trema la palpebra, si inumidisce, e come il vagito di un neonato arriva la tanto attesa prima goccia salmastra, all’occhio destro.
Un po’ ti trattieni, ma poi ti lasci andare e ripensi ad una persona tanto cara, che ti raccontava di una volta quando pianse in metro, a Roma, senza vergognarsi, e di come un tizio le avesse sorriso e le avesse detto che faceva bene a non vergognarsi.
La tua è solo una innocua gocciolina, e presto l’istinto scompare.
E no, non sei triste.

E’ che tuo Padre ti ha appena salutato, dopo essere stato due settimane con te a Singapore.
Avete passato un po’ di tempo insieme, avete riso insieme, una sera avete pure bisticciato, ma in buona sostanza vi siete ritrovati compagni e complici come ai vecchi tempi, con la differenza che tu ora sei un uomo adulto mentre lui si avvicina ai settanta. Che i discorsi che fate sono diversi, più maturi, oppure semplicemente più semplici, sintetici, sodi.
E non mi vergogno, che tra un paio di giorni mio Padre aprirà il computer e leggerà questo post, che poi si chiederà anche che diavolo sia, un post. E’ quando metti un titolo, un contenuto, e li pubblichi insieme sul tuo blog. Ecco, questo è un post, Papà caro.

mio-padre-a-singapore

Penso che ognuno di noi abbia i suoi difetti, le sue cose, il suo modo di fare, e che queste cose emergano nei rapporti con le persone.
Ma poi c’è l’amore paterno e materno, e l’amore filiale, o l’amore tra Fratelli. Un qualcosa che nella mia famiglia funziona così: ti amo a prescindere. Qualcosa che, tra i mille difetti e i mille problemi e le mille cose storte e le mille cose che “se” e “ma”, alla fine abbiamo imparato e insegnato bene. Reciprocamente.
Papà. Papi, ti chiamo, affettuosamente.

Sono qui, al caldo della MRT di Tanah Merah, in attesa della metro che mi porterà a Kembangan in tre minuti, e in altri tre minuti sarò in casa. Accenderò il condizionatore, mi guarderò intorno, sentirò ancora la tua presenza, osserverò estasiato quelle piccole cose che portano ancora il tuo segno.

E poi mi dico: ma mica è un funerale, eh. Mio Padre, per mia grande fortuna, è ancora vivo e vegeto, e pure in salute. Mio Padre, che in tutta verità, se fosse stato per i meriti di un certo luminare della medicina, venticinque anni fa avrebbe lasciato su questa terra le penne, una moglie e due figli giovanissimi, e che invece, anche grazie alla testardaggine della suddetta moglie, è stato ripreso per il rotto della cuffia e ancora campa, alla faccia del luminare. Il quale, nel frattempo, è sepolto da qualche parte in una bara d’argento. La coscienza, mi auguro ben nascosta in qualche angusta profondità dell’oceano.
E penso ad un post di una ragazza che, mesi fa o forse più di un anno fa, parlava del Padre che se ne era andato. Un post commovente, toccante, profondo, vero. Quel post mi aveva fatto pensare alla mia fortuna di avercelo ancora, un Padre. E penso anche ad un noto blogger italiano, Andrea, che piangeva recentemente la morte del suo.

Sì, sono fortunato.

E penso a mia Madre, che anche lei è ancora viva, ma non è potuta venirmi a trovare perché i suoi genitori, seppur vivi, hanno bisogno di costante attenzione.
La metro è arrivata. Scendo. Estraggo il tesserino per aprire il portone del mio condominio e mi soffermo su due giovani malesi, seduti lì vicino. Sicuramente operai del vicino cantiere, che lavorano il doppio delle mie ore a settimana per forse un decimo dello stipendio. Mi guardano, e nello sguardo colgo rispetto, pace, e una mezza idea che vorrebbero permetterselo, un appartamento come il mio, che per un occidentale altro non è che una modesta dimora ma per loro magari sarebbe chissà cosa.

Entro in casa, mi lavo i denti, salgo in cima al sesto piano, dove mi aspettano una piscina e un idromassaggio come sempre deserti. La città, ancora viva e luminosa, cammina furtiva nella notte intorno a me.
Odo a malapena il fruscio dell’acqua che scorre. Una leggera brezza mi solleva dal caldo pesante di Singapore, e dalla sua imperdonabile umidità. In lontananza svettano i grattacieli del Business District.
Provo a chiamare il cellulare di papà, ma è già spento. E’ già salito in aereo e sta per decollare tra venti minuti esatti. Domani sarà di nuovo nella sua Assisi, e domenica incontrerà mio Fratello Marco e gli regalerà un cellulare Nexus One, comprato qui a Singapore su mio suggerimento.
Eccolo, mio papà. Che avrà tanti difetti, ma ha una sorta di generosità che traspare da mille cose. E non è per il Nexus One in sè, è che anche lì emerge quella sua vogliosa voglia di volerlo a tutti i costi comprare, questa sua dedizione assoluta per i figli che a volte, forse troppo spesso, gli ha fatto dimenticare le sue stesse esigenze.
Ecco, questa è una cosa che entrambi i miei genitori mi hanno sempre dato.

Ora ci devo andare cauto, perché sto per dire una cosa e so che quando Papà la leggerà potrebbe intenderla male.
Mi manchi, stasera.
Mi ero abituato di nuovo alla tua presenza e mi ero gustato questi momenti insieme, seppur oberato dal lavoro e dalle logistiche di quattro conferenze a Singapore, e un viaggio di lavoro di diciotto giorni in Australia.
Mi manchi non con la tristezza, non con il rammarico, mi manchi con quella sensazione di aver vissuto qualcosa di prezioso, e volerlo vivere di nuovo. Qualcosa che le mie scelte di vita mi hanno reso raro e desiderabile, dopo due anni di vita all’estero e qualche decina di ritorni a casa che si faranno molto più rari, per almeno un altro paio d’anni.
E penso ad una delle settimane lavorative più imponenti, più pressanti che abbia mai avuto, in cui mi sono sentito nervoso e sotto pressione e non sono riuscito ad essere distaccato e professionale come vorrei, e ad avere abbastanza tempo per godermi mio Papà in pace.
E non vedo l’ora che arrivi settembre o ottobre, e che Papà mi faccia di nuovo visita, magari stavolta con Mamma al seguito, o magari, quasi impossibile, pure col mio Fratellone, così li porto a Bali una settimana e ci rilassiamo tutti quanti, come nella famiglia Brunozzi non succede da quasi vent’anni. Però sono sempre qui con me, nel cuore.
Sono la mia famiglia, generosa, umana, coi limiti e il coraggio di tante persone normali.

E mi verrebbe da pensare anche ai miei cari amici, o alla mia compagna, ma questo post in realtà è una dedica completa a mio Papà, a mia Mamma, a Mio Fratello, pur col rischio di sbrodolarmi in una zuccherina polpetta Dysneyana, ma tant’è, queste sono le cose che mi passano tra le orecchie e che per qualche motivo ho voglia di condividere qui.

Sto pensando a mio Padre che ha fatto amicizia con tutti, che ha scherzato col Senior Vice President di Amazon ed è riuscito a stargli simpatico pur non parlando una parola d’inglese.
A mio Padre che la mattina veniva al bar Segafredo a Telok Ayer Street e faceva amicizia con tutti, che in visita al Birds Park ha attaccato bottone con un Tailandese e la moglie e anche lì è riuscito a spiegarsi e parlare di tante cose. E che bello, entrare a prendermi un caffè e ritrovarmelo lì, temporanea parentesi in mezzo ai mille pensieri del lavoro, e sedermi con lui e Rick a bere un cappuccino e parlare e tradurre e sorridere. O mangiare gli gnocchi al pomodoro vicino alla Singapore Management University con lui e Kingsley, e vedere il suo stupore nello scoprire che Kingsley è sudafricano, bianco, parla inglese, sembra americano, ha studiato latino alle superiori.
E le cene con gli italiani, e il suo volersi assicurare che il figlio possa star bene, e raccomandarsi e allungare l’orecchio per carpire le sottili metafore degli emigrati a Singapore.
E il cibo indiano, e quello giapponese, e il suo lento abbassare la guardia e cancellare i preconcetti, tipico di un uomo che da giovane ha viaggiato, in proporzione, molto più a lungo di quanto non faccia io oggi.
E l’ultima cena, a mangiare Chili Crabs sulla costa Est con Alfio, Gianluca, Winnie e Paolo, e scherzare sulle zampe di rana e le polpette di cane e ridere con lui di tante altre cose.
Allungherei ancora, ma in fondo le cose importanti le ho dette tutte.

Sorrido, adesso.
Ciao, Papi (che per voi lettori si chiama Alessandro).
A presto.