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Dharavi

India, Mumbai, Dharavi: una baraccopoli di oltre mezzo milione di persone, schiacciate come pomodori in pochi chilometri quadrati, a sua volta oppressa dallo smog, l’umidità e le speranze della più grande megalopoli indiana.
Ero al Taj Lands End la prima volta, quando qualcuno mi ha parlato di Dharavi, e come un agnello innocente ho chiesto se fosse possibile visitarla. Certo che puoi, mi dissero. Chiesi più volte, a scanso di equivoci, ma tutti mi dicevano di andare.
Era il 2010. Mi misi in tenuta sportiva, una maglietta arancione tanto per essere sicuro che mi vedessero tutti, macchina fotografica compatta in mano, qualche spicciolo in tasca, e via. Quel giorno imparai tanto sugli indiani, sulle baraccopoli, sulle persone, e su me stesso.
Oggi è diverso: sono a Mumbai con un collega e amico, Frank (nome di fantasia), e voglio che lui veda quello che ho visto io.
Ieri ho cenato con Giovanni (nome di fantasia), un conoscente di vecchia data che ha mollato un lavoro sicuro e ben pagato in Svizzera per venire qui e diventare un imprenditore sociale. Ci vuole coraggio, per scelte del genere, e poi ci vuole qualcosa che ti brucia dentro e ti spinge ad andare. Giovanni lavora in un orfanotrofio, proprio a Dharavi. Non potevo sprecare una occasione così.
Io e Frank prendiamo un taxi sgangherato e arriviamo di fronte all’ospedale. Nessuno conosce l’orfanotrofio, e dopo aver chiesto diverse volte dobbiamo chiamare Giovanni e chiedere di nuovo indicazioni. Alla fine arriviamo, lui ci sta aspettando in strada. Entriamo. L’edificio è vecchio, fatiscente, ogni stanza un quadro di persone e cose e povertà, lo sporco è ovunque, il ferro abbracciato dalla ruggine, l’intonaco sparso come neve in una tempesta, i colori intriganti e sbagliati. Saliamo in ascensore, non senza qualche intoppo. Entriamo.
Centocinquanta metri quadrati, puliti ma comunque poveri come la polvere. Trentuno bambine, un bimbo, due adulti, e Giovanni che li aiuta da poche settimane. Trenta sono arrivati da fuori, il bimbo e una bimba sono i figli della coppia che ha iniziato tutto, undici anni fa. Chiamamoli Rajas lui, e Deepa lei.
I bambini dormono per terra su strenui materassini, si svegliano presto la mattina e si lavano a turno, per poi mangiare qualcosa e andare a scuola. Tornano nel primo pomeriggio e spendono il resto della giornata in diverse attività e classi, inglese, danza, giochi. Dopo cena, un’ora di televisione tutti insieme, e poi a letto.
Rajas era un impiegato, anni fa. Di ritorno da Bangalore, a trovare la mamma malata, si ritrova in treno con un ragazzino di tredici anni che piangeva come un ruscello. Ci parla, cerca di capire, e realizza che il ragazzino, fuggito di casa, si voleva suicidare. Decide di ospitarlo a casa sua per un po’ di tempo, lo aiuta a sostenere l’esame scolastico, poi chiama i genitori e finalmente li fa incontrare. Il padre, poliziotto, abusava di lui, picchiandolo e frustandolo con la cinghia della cintura. Il ragazzino era il colpevole di tutto, anche delle colpe dei fratelli più giovani. I genitori si pentono, piangono, lo accolgono di nuovo in casa. Rajas è felice, ma capisce che di ragazzini così ce ne sono milioni, in India, e decide di fare qualcosa. Prima quattro, poi altri, fino al limite fisico di trenta bambine vengono accolte nella sua casa. Passano gli anni, le bimbe crescono, e di recente due di loro si sono sposate e sono andate a vivere col marito. Bambine dai quattro ai diciassette anni, raccolte tra i rifiuti della stazione dei treni di Dharavi, o mandate dalla stazione di polizia se i genitori sono morti da poco. Rajas e Deepa sono sereni, generosi, sorridono e sembra che tutto questo sia come una passeggiata in centro. Non lo è.
Facciamo qualche domanda, cerchiamo di capire di più. Non è semplice. In certi momenti mi viene da piangere, quando guardo gli occhi dolcissimi e pieni di pace della figlia di Rajas e Deepa, cinque anni e tanta allegria in corpo.
Li salutiamo, dopo una veloce foto di gruppo scattata da una delle ragazzine, col sogno di fare la fotografa di professione.
Usciamo, cambiando rampa di scale perché nella prima stavano scannando un agnello, in mezzo al corridoio. Usciamo e prendiamo un altro taxi verso la stazione dei treni di Dharavi, dove dopo pochi minuti incontriamo Krishna, la nostra guida per i prossimi novanta minuti. In auto scambio due parole con Frank, e quasi ci viene da piangere. E’ chiaro che siamo entrambi mossi da quanto abbiamo appena visto.
Con Krishna ci incamminiamo verso la parte più densa di Dharavi, baracche una sopra l’altra, lamiere, plastica ovunque sui tetti, un dedalo di stradine e fogne aperte e tubi e sacchi e bambini ovunque, qualche scritta in lingua araba, altre in hindi, poche altre in numeri occidentali. Tutto sembra precario, come se una bomba fosse appena scoppiata. L’odore è lercio, marcio, bruciato, con aromi di plastica, fumi e polveri pesanti.
Dharavi è una baraccopoli diversa dalle altre: ha una sua economia fiorente, ed è uno dei posti più costosi dove vivere a Mumbai, a parte i condomini di lusso degli espatriati occidentali.
Dharavi ospita quattro industrie importanti: lavorazione del cuoio, riciclaggio della plastica, alluminio e altri materiali, produzione di cibo indiano per i ristoranti e i carretti di Mumbai, e infine la produzione di vestiti, borse, jeans. Le condizioni di lavoro sono estreme, a partire dall’aria, l’acqua, lo sporco ovunque, i materiali usati. L’aspettativa di vita dei lavoratori di Dharavi deve essere bassa per forza. Lavorare in quelle condizioni, anche solo per pochi anni, deve essere devastante per la salute. Ogni angolo, ogni momento meriterebbe una foto, che scatto mentalmente per cercare di portare questi ricordi con me, per sempre. Una donna indiana, quarant’anni, cammina trasportando decine di latte di alluminio vuote, appoggiate sulla spalla destra in un equilibrio apparentemente precario. Un vecchio intreccia cesti di vimini. In una stanza, tre giovani indiani stanno bruciando pezzi di alluminio per farne mattoni da dieci chili, da rivendere. Più avanti, gente per terra che separa diverse plastiche per colore e forma, gettandole in contenitori diversi. Ancora più avanti una montagna di bicchieri di plastica trasparenti, che riconosco: sono quelli che bevo ogni settimana in aereo. A Dharavi, infatti, molte delle attività hanno come clienti le compagnie aeree, che mollano tutta la loro spazzatura a Dharavi e le migliaia di giovani indiani separano, ammucchiano, bruciano, riciclano, fino a farne pezzettini monocolore che possono essere fusi per farne nuove forme, pronte per essere vendute di nuovo.
Camminiamo e ascoltiamo, guardiamo e registriamo nelle nostre teste. Saliamo sul tetto di una baracca, da dove si possono osservare i mille tetti irregolari, pieni di plastica lasciata ad essiccare al sole.
Un giovane plasticaro fischia più volte, gesticolando per chiedere a Frank quanto costano le sue scarpe Nike, azzardando un prezzo troppo lontano dal vero. Quasi nessuno parla inglese, qui a Dharavi, come del resto succede tra i proletari di tutta l’India. La quantità di stimoli visivi, di puzze diverse, di gente che spunta all’improvviso e ci attraversa la strada, è come una maratona per le nostre menti totalmente attive.
I bambini ti guardano, a volte ti salutano dicendo Hi, visto che i pochi occidentali che visitano Dharavi sono quasi tutti americani. Krishna ci racconta dettagli senza sosta, conoscendo ogni dettaglio di ciò che ci mostra. Ha vissuto a Dharavi per due anni, ma poi si è dovuto trasferire a nord, lontano, perché vivere a Dharavi è costoso, e solo se lavori come questi poveracci sei in grado, forse, di pagare l’affitto, o addirittura di comprare una baracca. Incredibile, se ci pensi. Cento metri quadrati a Dharavi possono costare più di centomila euro. Dharavi è il centro di una economia di oltre mezzo miliardo di dollari all’anno, a Dharavi c’è lavoro, spesso l’unico lavoro che un povero sia in grado di fare. Incrociamo un negozietto di pane indiano, e il proprietario saluta Krishna, come d’altronde succede regolarmente ogni due minuti, e chiede se conosce qualcuno che voglia lavorare per lui. Krishna, scherzando, chiede se noi due possiamo andare bene, l’amico ride e annuisce, felice. Ridiamo anche noi.
La gente qui sembra felice, serena, piegata dalle mille difficoltà ma sempre piena di dignità, e un fortissimo senso di comunità.
La criminalità è infatti quasi assente, qui a Dharavi, perché se commetti un crimine i tuoi amici e parenti si incazzano con te. Nessuno vuole grane con la polizia, e gli unici visitatori a cui varrebbe la pena rubare siamo noi occidentali, che di fatto portiamo opportunità o soldi con le nostre visite. Incrociamo due tedeschi attempati, intenti a contrattare il prezzo per alcuni prodotti artigianali. La nostra camminata ci porta in mezzo alle baracche, seguendo corridoi strettissimi e sporchi, per poi sfociare in alcune strade più larghe, dove il traffico di veicoli è caotico, e il rumore dei clacson ci uccide le orecchie. In India, come a Dharavi, gli indiani suonano il clacson regolarmente, anche quando non serve. E’ il loro modo di farsi vedere, di evitare che altra gente sbatta addosso ai loro veicoli. Essere in auto in India può essere una esperienza devastante, soprattutto per via del rumore, senza poi nemmeno parlare di quanto il traffico possa essere terribile nelle ore di punta.
Entriamo nella zona della terracotta, dove il calore e i fumi tengono lontane le mosche e gli insetti, che altrimenti ti fanno compagnia in ogni altra zona di Dharavi. Da lì passiamo nella zona residenziale di Dharavi, piena di bimbi che stanno tornando da scuola. I loro vestiti candidi si stagliano in mezzo alla miseria, le botti di acqua per lavarsi e bere quando l’acqua corrente viene interrotta, e i cavi elettrici che abbracciano le lamiere come una grande ragnatela nera. Passiamo vicino ad un bagno pubblico, dove l’odore diventa davvero nauseante, e più avanti vediamo invece un bagno a pagamento, che grazie agli spiccioli dei clienti viene tenuto relativamente pulito.
Una baraccopoli esiste perché la gente riesce a mangiare e bere e vivere lì dentro, ma il problema più grave diventa l’igiene. Dharavi, infatti, è plagata da problemi di igiene e pulizia, e molte malattie sono causate proprio dalle estreme condizioni in cui la gente vive.
Guardiamo un piccolo campo sterrato dove i bambini stanno giocando, mentre alcuni di loro lo usano come bagno all’aperto. Questa visione spiega il concetto meglio di mille parole.
Il tempo è passato velocemente, ed è già il momento di salutare Krishna e tornare in albergo con un taxi. Nei cinquanta minuti del ritorno io e Frank parliamo della nostra esperienza, ancora freschissima nella nostra memoria, e della sensazione di sporco addosso e dell’estremo bisogno di una doccia calda, un po’ d’acqua da bere, un pasto pulito.
Dharavi è entrata nelle nostre vite, e non la dimenticheremo mai. Resta da capire quanto questa avventura di oggi influenzerà le nostre vite future. Chissà.

[update: è uscito un bell’articolo su Dharavi, in inglese, qui]

Ultimo giorno in Italia

Ultimo giorno in Italia… Domani riparto per Singapore.
Secondo i piani, dovrei tornare per Pasqua, e verso Natale.

Sono stato qui per quasi tre settimane, principalmente in vacanza, a volte lavoricchiando online.
E’ stato un periodo intenso, vissuto in giro tra Milano, Venezia, Orvieto, Firenze, Roma, Livorno e ovviamente Assisi, la mia città natale. Dopo oltre otto mesi in Asia, rivedere l’Italia ha avuto uno strano effetto.
Vorrei riuscire a spiegarlo in poche righe, ma temo che non sia possibile. Non ora, almeno.

Vi lascio con questo scorcio di una spiaggia a Quercianella, vicino Livorno. Uno splendido pomeriggio invernale.

Disperato, Erotico, Stronz

(poco fa vi dicevo del Post Sotto L’Albero, o PSLA 2010. Ecco, questo è il mio, di post, che con piacere vi ripropongo qui)


(questa foto mi ricorda il periodo natalizio dell’anno scorso. Ore e ore di ritardo in treno per raggiungere Venezia)

Disperato, Erotico, Stronz

Mi viene in mente quella canzone di Lucio Dalla, così strana e insolita: Disperato, erotico, stomp.
Vivo lontano dall’Italia da un po’ di anni, e ogni volta che penso all’Italia, specialmente per Natale, ho una visione sempre più distorta delle mie memorie. Alcune si fanno più vive e accese; altre sbiadiscono. Ricordo una canzone, una via, un albero, un volto, e ne dimentico cento altri.
Però è col Natale che certe cose ti tornano in mente con più frequenza.

Per noi italiani il Natale è qualcosa di importante fin dall’infanzia e – insieme al Capodanno e all’inizio del nuovo anno – sono le migliori occasioni per “fare il punto” della propria vita e tirare fuori i famigerati buoni propositi di cui ci dimenticheremo già dopo pochi giorni. Quello classico è: “Basta abbuffate! Ora mi metto a dieta!”, poi arriva il giorno della Befana e giù torta, dolci e roba grassa, tutto condito da abbondanti vini e spumanti.

Del Natale, qui a Singapore, gliene importa ben poco. Qui convivono molte religioni diverse: quasi metà sono Buddisti, un sesto sono musulmani, un sesto cristiani, un sesto atei, qualche taoista e induista. Lo stesso vale per le lingue, le quattro ufficiali sono inglese, cinese mandarino, tamil e malese. Le feste davvero importanti sono spesso legate alle tradizioni cinesi, e poi un Natale con caldo e umidità, senza la minima speranza di vedere un po’ di neve o godersi il tepore del bavero del cappotto sulle guance… No, non è un Natale come lo conosciamo noi.
Al limite, è una scusa per fare compere con ritmi ancora più frenetici del solito. Sì, se pensate che gli italiani siano consumisti e materialisti, venite a Singapore, e poi ne riparliamo.

Tra qualche giorno torno in Italia, dove passerò un paio di settimane a mangiare prelibatezze, incontrare vecchi amici, abbracciare la mia famiglia e i miei parenti cari. E guarderò con occhi nuovi le cose familiari dei miei primi trenta anni di vita. Assisi, le luci, la gente che compra i regali, le viuzze, l’atmosfera. E sentirò di nuovo vicini i miei amici cari, ma al tempo stesso li sentirò più lontani di prima, diversi… Perchè loro sono cambiati, e io anche. Forse di più di quanto non mi aspettassi.

E’ normale. Siamo esseri umani, e cambiamo anche in base a ciò che viviamo, alle nostre esperienze. Vivere lontani, in Asia, significa fare esperienze molto diverse. Vivere a Singapore, e viaggiare in India, Cina, Australia, Corea, Giappone, significa sperimentare stili di vita molto diversi tra loro, e sicuramente diversi da quello mediterraneo o quello milanese. E si cambia. E non ci si accorge nemmeno del cambiamento.

Ogni tanto leggo online di un “cervello in fuga”, che spesso spara a zero sull’Italia e loda la sua ritrovata serenità e benessere. Ricercatori scappati a Londra e ora felici e contenti con stipendi grassi e fondi generosi per fare i loro esperimenti. Imprenditori che trovano il successo grazie a investitori svegli e capaci, regole più semplici, mercati più ricchi. Ingegneri, informatici, biologi che scelgono la via delle grandi multinazionali, come ho fatto io, e si ritrovano in ambienti di lavoro meritocratici, con mansioni “fighe” e conti in banca che crescono. Oppure, coraggiosi e spavaldi che, disillusi dall’Italia, se ne vanno a fare i camerieri in cerca di altre opportunità, che spesso trovano.

Secondo me non è giusto, criticare e basta. Italia o non Italia, siamo liberi di fare le nostre scelte, di godere dei risultati, di soffrire per ciò che ci manca ogni giorno. Apprezzo chi ha il coraggio di partire, in cerca di fortuna e successo e soddisfazioni, ma anche chi rimane per scelta, o chi rimane per vincoli stringenti. E questo non succede solo in Italia. Il mio amico Kurt, americano, vorrebbe tornare a vivere a Singapore, ma non può perchè i suoi genitori sono anziani, lui è figlio unico senza moglie nè figli. Pensate, un americano che vive negli Stati Uniti, che vorrebbe vivere a Singapore per il resto dei suoi giorni. O il mio amico Tim, anch’esso americano, che ha vissuto due anni in Italia e sogna di andare in pensione presto, comprarsi un appartamento a Trastevere, e godersi Roma fino alla morte. La “America” degli anni cinquanta non è più l’America di oggi. Oggi è difficile capire dove, come, quando possiamo essere felici e trovare soddisfazione. Forse non dipende nemmeno dal dove, è qualcosa di più “interno”, più nascosto.

E’ vero, io ho trovato la felicità andando all’estero. Prima in Lussemburgo, ora a Singapore. Sono felice, più felice di prima. Ho avuto momenti duri, tristi, difficili, ma anche tante opportunità per mettermi alla prova, riuscire, e guadagnare fiducia dai miei successi. Per me è stato l’estero, per altri può essere qualcos’altro.

Il Natale per noi è sempre un momento di riflessione anche e soprattutto sulla nostra felicità e soddisfazione personale. E spesso, per noi italiani all’estero, è anche un momento per chiedersi se ci manca l’Italia, se e quando torneremo, se ha senso tornare. Alcuni sono persi per sempre, rimarranno dove sono perchè lì sono felici, perchè non ci sono ragioni per tornare. Altri rimarranno col dubbio. Altri sanno che torneranno, e forse lo faranno presto.

In questi anni sto scoprendo tante cose nuove di me, di ciò che mi rende felice, di ciò che conta. E forse queste scelte di vita, questi luoghi, queste opportunità, sono esperienze che ci arricchiscono e che ci fanno capire sempre di più qualcosa di come siamo fatti noi. Noi, diversi da tutti gli altri, eppure così uguali.

Per questo Natale 2010, auguro a tutti quelli che leggono di riuscire a capire qualcosa di più, e gioirne, anche.
E ringrazio Sergio, il nostro Sir Squonk, che con un gesto apparentemente semplice e quasi banale riesce invece a darci una occasione per riflettere anche noi, una volta di più. Che non fa mai male.

Una goccia di Mumbai

Mumbai. Che città straordinaria.
Ogni volta che ci torno sento una strana energia dentro di me.
Sarà che, dopo aver letto Shantaram, non riesco più a guardarla con gli occhi del turista.

Questo weekend lo sto passando a Mumbai, e oggi ho deciso di visitare di nuovo Dharavì, lo “slum” più grande del continente asiatico dopo quello di Kharachi, con oltre mezzo milione di persone stipate in poco più di 1,5 chilometri quadrati.
Ero tentato di servirmi di Reality Tours, una NGO che offre visite guidate agli slum, con lo scopo di dare ai visitatori maggiore consapevolezza sui problemi igienici, di salute, economici e sociali che gli abitanti dello slum devono affrontare ogni giorno. Ero tentato, sì, ma alla fine ho preferito andare da solo, senza filtri, senza guida.


(palazzi fatiscenti nel lato nord di Dharavi)

Visitare uno slum in India non è la tipica attività del turista, ma è pur vero che farlo alla luce del giorno non comporta particolari rischi.
Gli indiani sono persone molto pacifiche, tendono ad ignorarti anche se sei l’unico “occidentale” che vedono da mesi, e al limite ti salutano e ti chiedono una delle poche frasi che conoscono in inglese, “How are you?”. I bambini sono un po’ più coraggiosi, e ti approcciano più spesso. Appena vedono la tua macchina fotografica, ti chiedono di far loro una foto.
All’inizio pensi che sia un modo per poi chiederti l’elemosina, ma non è così: per loro comparire nella foto di un occidentale significa essere importanti. A Mumbai mi capita spesso di essere approcciato da bambini o adulti in cerca di elemosina… Ma a Dharavi non mi è MAI successo.

Entrare a Dharavi è facile, basta infilarsi tra qualche palazzo decadente, e seguire poi la via delle baracche vere e proprie.
Perdersi
è ovviamente facilissimo, anche se io di solito ho un buon senso dell’orientamento… Ma non è un grosso problema, perchè basta camminare nella stessa direzione per uscire da Dharavi in poche decine di minuti, se si vuole.
Ma perdersi è anche il modo migliore per trovare. In questo caso, trovare la vita di Dharavi e dei suoi abitanti.


(preparazione della focaccia)

Camminare tra le baracche, ascoltare il fracasso dei clacson in lontananza o annusare gli odori fetidi della plastica e delle fogne, è un modo un po’ insolito ma efficace per riuscire a “vivere” davvero Dharavi, sentirne il cuore pulsare. Ogni angolo è un teatrino, con bambini che giocano a cricket con mazza e palla improvvisata, un vecchio che si lava, un carpentiere che aggiusta la sua baracca, una signora che vende spezie, una coppia quarantenne che offre servizio di stiraggio vestiti… Visto che non tutti si possono permettere un ferro da stiro, o la corrente elettrica.
Osservare queste scenette ti apre la mente in un baleno: tutte le cose che dai per scontate all’improvviso non lo sono più. Le regole della società occidentale vengono messe in discussione, e se ne capiscono con più profondità i motivi di esistenza.


(un bambino gioisce perchè gli ho appena fatto una foto)

Dharavi è sì uno slum, ma potrebbe essere scambiato per una città molto caotica e molto povera, perchè in effetti quasi tutti si “arrabattano” per trovare un lavoro, che a Dharavi significa organizzarsi per conto proprio. C’è chi costruisce un carretto e si offre come trasportatore. C’è il tizio in bici che trasporta uova, o il socio con un triruote sgangherato che trasporta anche altri cibi. Quello che nel cortile di casa alleva capre. O i due maiali neri che razzolavano nella spazzatura di fronte alle case di una famiglia numerosa… Maiali che nessuno si sogna di rubare, perchè a Dharavi è peggio che alla Casa Bianca a Washington: tutto è monitorato, controllato, misurato, da milioni e milioni di occhi che notano ogni stranezza, o ogni mancanza. La pressione sociale è così forte che la società stessa diventa coesa, unita, scandisce il tempo e le attività come una macchina perfettamente oliata, come una grande multinazionale organizzata.


(una delle strade meno trafficate di Dharavi… Ma ugualmente poverissime e sporche)

Ma poi c’è la povertà, quella vera, che rende tutto incredibilmente difficile. Nonostante questi indiani abbiano degli anticorpi incredibili, non è semplice per loro vivere quotidianamente a contatto con la sporcizia, con gli odori malsani, mangiare cibo che proviene da chissà dove, passato attraverso chissà quali mani, quali magazzini sudici, esposto al calore e alla luce del sole per chissà quanto tempo.
E poi, qui a Dharavi pochissimi parlano inglese, e lo parlano male: con le persone si interagisce solo a gesti, o usando al massimo una dozzina di parole base di inglese.
Sul cibo, però, ho preferito non transigere: mangiare qualcosa qui a Dharavi significa rischiare una intossicazione, o peggio, per almeno qualche giorno. E quindi mi sono limitato ad osservare, a volte estasiato, le mille bancarelle con cibo, spezie, carni o frutta, esposte al logorio delle mosche o al fradiciarsi dei raggi solari bollenti.


(una bancarella di spezie)

Giovani e bambini sono dappertutto. Non sempre mi è facile fotografarli, perchè non voglio rischiare di indispettire nessuno. Ma di certo non posso scordarmi le tante persone vestite con due stracci, ma con in mano il loro fedele telefonino… Il famoso “leap frogging” della tecnologia, ovvero la capacità dei paesi emergenti di “saltare” subito alle tecnologie più recenti, senza bisogno di compiere tutti i passaggi intermedi. La telefonia mobile ne è uno degli esempi più fulgidi.

L’interazione con gli indiani di Dharavi è semplice, e curiosa: molti si limitano a chiederti come stai, e poi smettono. Altri invece insistono, vogliono sapere da dove vieni, o come ti chiami, per poi dirti il loro nome e sentirsi fieri di poter conoscere un occidentale.

La sporcizia c’è ovunque, ma a volte raggiunge livelli impensabili, come ad esempio nei canali che circondano Dharavi, e che a volte la tagliano a metà. Sono rimasto diversi minuti a guardare un bambino giocare con un sacco nero della spazzatura a mò di acquilone, in equilibrio precario sul muretto che si affacciava su un canale, pieno di acqua e di… plastica, catrame, roba marcia e odori nauseabondi. E quel bambino giocava lì, ingenuo, noncurante della situazione, che per lui rappresenta soltanto la normalità.


(un bambino gioca con una busta nera della spazzatura, sull’orlo di un muretto)

Gli animali sono ovunque. Cani ovunque. Gatti rarissimi. Maiali ogni tanto. Pollame racchiuso in migliaia di gabbie, al pianterreno di altrettante baracche. Tenendo la macchina fotografica seminascosta, sono riuscito a scattare questa foto, in cui un pollo sta cercando di fare l’amore con una anatra che, più piccola di corporatura, si presta suo malgrado. I due “pollaroli” nemmeno ci facevano caso, mentre preparavano gli strumenti per sgozzare qualche pollo e farne fettine di carne da rivendere a qualcuno, o da mangiare in poche ore.


(un pollo un po’ confuso)

Dopo tanto girovagare, imbrocco la strada che ormai ho imparato a riconoscere, e mi ridirigo sul ponte di ferro che scavalca la ferrovia e porta fuori da Dharavi. La ferrovia, infatti, sia ad Est che a Ovest delimita l’area della baraccopoli.
Da lì, per la prima volta, riesco a dare uno sguardo d’insieme a Dharavi, a vederne l’estensione, e sentirne le mille voci e i canti musulmani che provenivano dalla vicina moschea. A Dharavi, in realtà, coabitano almeno quattro ceppi religiosi diversi, cristiani, musulmani, induisti di un tipo e induisti di un altro tipo (non ricordo bene il nome di questi ultimi due).


(all’uscita di Dharavi)

Esco, e mi ritrovo per strada. Cammino per altri dieci minuti, poi prendo un taxi e mi faccio portare al confine tra Bandra e Khar, lungo la costa, dove mi rilasso per una mezz’ora in un bar che conosco, guardando il sole tramontare.
Che bellissima esperienza. E quanti pensieri mi si accavallano in testa. E’ sempre così, quando vieni bombardato da mille stimoli, idee, considerazioni, e poi ti fermi per un attimo per “digerirle” e farle tue.


(verso la fine di questo filmato, un bimbo mi chiede di fargli una foto)

Guardare come vivono queste persone, osservarle nel loro ottimismo, nei loro sorrisi, mi fa pensare che un po’ di questo spirito pacifico, sereno, determinato ci vorrebbe anche in me… E anche in tante altre persone del mondo occidentale. A Dharavi le ingiustizie non mancano, e ci sono poche persone che controllano l’economia dell’intera area. Eppure, in tanta inequalità, in tanta povertà, in tanta sporcizia, queste persone riescono a sorridere ed essere, a loro modo, felici.
Non va copiato il loro modo di vivere, ma forse va presa ispirazione dalla loro forza nell’affrontare le avversità.

E chiudo qui. Spero che vi sia piaciuto leggere di questa mia giornata a Mumbai. Spero che un giorno potrete visitarla anche voi.

Nuova Zelanda

Sono a Sydney. Tra pochi minuti ho il volo per Auckland, Nuova Zelanda.
Non vedo l’ora. Mi fermerò solo qualche giorno, ma sono sicuro che ne varrà la pena.

Kickstarter

E’ un peccato che Kickstarter, a quanto ne so, non sia disponibile in Italia.
Permetterebbe a tante idee buone di trovare i soldi con il crowdsourcing, e di diventare realtà.
L’ho “riscoperto” stasera, erano mesi che non ne sentivo parlare. Apparentemente sta riscuotendo un grande successo negli USA.
Ne ho discusso anche con degli investitori qui ad Hong Kong, durante una conferenza.
Pensano che le idee che emergono da Kickstarter hanno maggiori probabilità di successo, e sono interessati a finanziarle.