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Il futuro del trasporto pubblico

Finalmente ho trovato qualcosa che racconta, con fonti e ragionamenti validi, quello che penso da tempo.

In sostanza, il trasporto pubblico non conviene, né dal punto di vista ambientale, né economico.
E’ meglio avere SOLTANTO trasporto privato…
Soprattutto quando, tra quattro o cinque anni, le macchine che si guidano da sole saranno una realtà.

Spero di poterne parlare più in dettaglio, a breve.

Osare

Cara Italia, ti amo.
Ti ho sempre amato fin da piccino, e non ho dubbi che ti amerò per sempre. Le tue terre, le tue acque, il tuo cibo, il cuore della gente.

Negli ultimi giorni ho letto diversi articoli online (blog, giornali e altro), che parlavano di “big challenges”, grandi sfide globali.
La sfida dell’acqua: poter garantire acqua potabile alla popolazione mondiale, una popolazione che continuerà a crescere al ritmo di 60 milioni di persone ogni anno (una nuova Italia ogni anno). La sfida non è solamente garantire l’acqua, ma farlo nel rispetto dell’ambiente.
Chi ci può riuscire? Che cosa fa Nestlè, la proprietaria di San Pellegrino?

La sfida del trasporto urbano: ci sta provando Google con la driverless car (auto senza guidatore, comandate da un software), e stanno proliferando startup che offrono skateboard elettrici, bici elettriche, auto in condivisione.
Cosa fa Piaggio, pioniere dello scooter a tre ruote? Cosa fa FIAT?

La sfida della “Education”, che in Italia chiamiamo Istruzione. L’Italia è stata la culla della cultura e del rinascimento culturale, e il luogo dove sono nate le prime Università. Cosa stiamo facendo? Esiste una iniziativa con mire globali?

La sfida del turismo: pensiamo che i turisti continueranno a venire in Italia, nonostante tutto. E’ così? Ci rendiamo conto che il turismo sta cambiando, e che le mète globali anche? Che i turisti saranno sempre di più cinesi, giapponesi, sud coreani, brasiliani? Cosa offriamo a questa nuova ondata di turisti? Che servizi offriamo, in aggiunta alle bellezze artistiche di cui andiamo tanto fieri?

La sfida del lavoro: cosa stiamo facendo per rendere il lavoro più facile, più accessibile? Per permettere a giovani mamme di lavorare da casa? Per aiutare chi ha perso il lavoro? Cosa stiamo facendo per offrire le nostre competenze nel mondo, senza dover necessariamente assistere impotenti alla cosiddetta fuga dei cervelli?

Perchè non osiamo?
Io dico che dovremmo farlo. Tutti.

Voi che dite?

Update: come dice Alessandro, dobbiamo farlo. (abbiamo tratto la stessa conclusione a pochi minuti di distanza. Bello, no?)

Industrial designer cercasi

Sei un industrial designer?
Sei in grado di disegnare qualcosa a questo livello di qualità?

Hai un po’ di tempo libero da dedicare ad un progetto semplice?
Puoi essere regolarmente pagato ed emettere fattura?

Se si, contattami: simone.brunozzi chiocciola gmail.

Task Force governativa per Startup?

Leggo (via Nicola) di una nuova iniziativa governativa, guidata dal Ministro Corrado Passera, per creare una task force, la quale dovrebbe produrre azioni concrete a favore della prolificazione delle Startup italiane.
E, sempre da quanto leggo, esiste già un “braccio operativo” creato da molte delle persone che saranno coinvolte, chiamato Italia Startup, che servirà da spunto per l’iniziativa.

Premetto che conosco alcune delle persone coinvolte, per le quali nutro una grande stima, primo e non ultimo il buon Riccardo Donadon di H-Farm.
Premetto anche che in iniziative come queste, bisognerebbe essere “al dentro” per conoscere davvero le cose e poterle giudicare con cognizione di causa. Quindi, potrei sbagliarmi clamorosamente.

Prima di dirvi la mia, riassumo i punti salienti toccati da Italia Startup, come ricetta per alimentare la nascita di Startup in Italia.
Ecco cosa viene proposto:
1. Detassazione degli investimenti in Startup
2. Deroga di regolamenti fiscali per fondi che gestiscono startup
3. Favorire la raccolta fondi tramite crowdfunding
4. Creazione di un “Safe harbor”
5. Abbattimento degli adempimenti burocratici

E’ una partenza discreta, ma secondo me sono punti troppo tattici, che mancano della chiave di volta, e troppo focalizzati sulle necessità degli investitori.

Basta chiedersi: come faccio a favorire la nascita, in Italia, di una decina di startup paragonabili a Facebook, Google, Amazon, e qualche centinaio di startup più “piccole” ma altrettanto innovative?
Secondo me servono i seguenti ingredienti:
1. Fondatori capaci e determinati (non necessariamente giovani)
2. “Mentors” (persone in grado di aiutare/supportare/guidare i fondatori)
3. Regole burocratiche e fiscali chiare (avrebbe senso una startup che si occupi semplicemente di aiutare altre startup a gestire questo aspetto)
4. Sistema di investimenti chiaro, snello, non vessatorio, per favorire l’arrivo di investimenti anche dall’estero
5. Talenti tecnici in grado di supportare la crescita di tali startup
6. Facilità di assunzione di stranieri
7. Dialogo aperto con il governo, e lancio di una iniziativa nazionale, con risonanza mondiale, simile a Startup Chile (che conosco “bene”, anche se indirettamente)
8. Creazione di “poli” tecnologici, presumibilmente al massimo 2-3 a livello nazionale, che fungano da aggregatori di incubatori, startup, eventi. Per me un “polo”, in parole povere, significa che si riunisce una massa critica di persone, le quali si occupano dello stesso settore (es. 800 persone che fanno startup tecnologiche).
9. Supporto da parte delle università (fornire talento, adattare i corsi, trasferire conoscenza e ricerca)
10. Attività di promozione e marketing a livello Europeo, per attirare talenti (fondatori, ingegneri/tecnici, business developers, o investitori)
11. Un po’ di fortuna

Tutto questo inizia con una semplice operazione.
Crei un’agenzia governativa, immetti qualche decina di milioni di euro (almeno), la rendi trasparente al pubblico, e le dai potere esecutivo.
Non so se è questo che il Ministro Passera ha in mente. Credo di no.
Di conseguenza, dubito che l’iniziativa che sta per essere lanciata potrà avere un impatto concreto.

In ogni caso, questa è solo la mia opinione, e sono sicuro che le persone coinvolte sapranno dire la loro, forti delle loro esperienze. Purtroppo, forti anche dei loro interessi diretti, il che significa che le iniziative avranno un chiaro “bias” a favore degli investitori e degli incubatori, e non dei fondatori come invece sarebbe logico.

In bocca al lupo.

Update: ho dimenticato due cose importanti.
La prima è questo formidabile post di Paul Graham, che chiunque interessato a questi argomenti dovrebbe leggere due volte.
La seconda è che questo post è quasi la continuazione di un discorso che ho iniziato giorni fa, e continuato qui.

Italia: perchè no?

Dopo questo post, intitolato “Italia, dove vai?“, e visitato da oltre 1,000 persone, ho deciso di spendere qualche altro minuto per “elaborare” il concetto.
La sintesi di questo post è: in Italia farebbe bene avere degli “incubatori aziendali” verticali, ovvero focalizzati su settori specifici (Moda, Design, Cibo, Turismo, Politica).

Oggi voglio “coniare” un termine: GovItalia. Non so se questo termine già esista, o sia già stato usato; per me GovItalia significa un qualcosa che supporti la politica sfruttando le tecnologie. Un po’ come può fare una specifica agenzia inglese… E infatti lo spunto di oggi parte da qui: UK Government Digital Services (GDS), Design Principles.
(via Quinta, Juan Carlos De Martin, entrambi stimati amici)
Si tratta, in sostanza, di alcuni “principi” a cui l’agenzia governativa si vuole attenere, al di là dei dettagli di ogni singola iniziativa che verrà da loro lanciata.
E’ anche lodevole che per ogni “design principle”, ci siano degli esempi concreti.

Ecco i principi, e tra parentesi una mia libera interpretazione di cosa significhino:
1. Start with (citizen) needs (per ogni nuova iniziativa, parti da cosa serve ai cittadini)
2. Do less (non cercare di fare ogni cosa; se qualcun altro fornisce un servizio, linkalo. Fornisci APIs se possibile)
3. Design with data (prendi decisioni in base a dati, fai testing con utenti veri)
4. Do the hard work to make it simple (sono servizi da far usare a tutti, è bene investire per renderli semplici da usare, anche se costa fatica)
5. Iterate. Then iterate again (crea un MVP (Minimum Viable Product), e poi continua a migliorarlo, passo dopo passo)
6. Build for inclusion (i nostri prodotti devono essere accessibili, riusabili, integrabili)
7. Understand context (creiamo prodotti da far usare in contesti e luoghi diversi: dobbiamo considerarlo)
8. Build digital services, not websites (costruiamo servizi digitali, che possono essere usati in punti diversi della catena del valore; non basta creare un sito web)
9. Be consistent, not uniform (usa lo stesso “linguaggio”, e lo stesso stile, ma non essere necessariamente “uniforme”)
10. Make things open: it makes things better (codice software, dati, design, devono essere più aperti possibile)

Sono principi molto attraenti, e gli esempi riportati dimostrano FATTI, non soltanto PAROLE.
Lodevole.

Due giorni fa ero a Jakarta, per presentare i servizi dell’azienda per cui lavoro. C’era anche Phil Wickham, un imprenditore di successo che vive in Silicon Valley.
Alla domanda “Come possiamo trasformare l’Indonesia in una Silicon Valley?”, lui ha semplicemente risposto che “Non si può”. E’ contro natura. Bisogna trovare le peculiarità dell’Indonesia, e puntare su quelle.

Prendendo spunto da lui, possiamo dire che l’Italia non può diventare una nuova Silicon Valley; ma deve invece puntare sulle sue eccellenze.
Appunto: moda, design, cibo, caffè, motori, turismo, cultura, stile di vita.

La tecnologia, i “new media”, i “big data”, i “government data”, e altre mille parole chiave, sono ormai alle porte.
Molti settori dell’economia sono stati rivoluzionati.
I trasporti e il turismo sono stati rivoluzionati dal web.
L’infrastruttura IT è in corso di rivoluzione, grazie al Cloud Computing.
Ci sono in giro segni di rivoluzione anche nel settore bancario, finanziario, assicurativo.
Gli stessi governi (a Singapore, negli Stati Uniti, in Estonia) si stanno rapidamente adattando ai tempi… Con benefici ENORMI per i cittadini.

Perchè non in Italia?
O meglio: Italia, perchè no?

Italia, dove vai?

Nonostante io sia emigrato all’estero da circa quattro anni, mi sento orgogliosamente Italiano, con la “I” maiuscola.
Non quel tipo di orgoglio “nazionalista” e semplicistico, ma piuttosto quello che deriva dall’essere nato e cresciuto in una terra che rappresenta tanto, per tutti.
Spesso, nei miei viaggi, scopro e apprendo cose che mi fanno pensare al mio Paese, e che mi scatenano una lunga serie di pensieri. La domanda più frequente, di questi tempi, è: “Italia, dove vai?”

Recentemente ho letto due interviste, su riviste internazionali, a Diego Della Valle, il patron di Tod’s e di molte altre cose, e a suo fratello Andrea. Sembra che ad entrambi stia a cuore l’Italia, ed in particolare il patrimonio culturale e artistico che abbiamo bistrattato da tempo. E’ loro l’iniziativa di restaurare il Colosseo, iniziativa che sembra essersi arenata a causa di recenti vicissitudini.

Non conosco i dettagli della vicenda, nè i fratelli Della Valle, pertanto non so davvero se siano da lodare o meno. Certo è che, per lo meno in apparenza, sembra che le intenzioni di dare lustro al nostro Paese siano autentiche.

Non credo, però, che per rinnovare il nostro Paese sia necessario l’intervento di qualche magnate. Credo che serva una iniziativa da una base ampia e volenterosa. Qualcosa che venga dal basso.

Nel mio lavoro, spesso mi imbatto in “incubatori di aziende“, detti anche “startup incubator” oppure “business incubator”, strutture che favoriscono la nascita di nuovi business, fornendo loro supporto economico, logistico, e consulenze/mentoring di gente in gamba.
Se la cosa è ben strutturata, i risultati che ne vengono fuori sono spesso molto positivi.

Sto anche osservando la tendenza a creare degli incubatori “verticali”, specializzati cioè in un determinato settore: sanità, tecnologia, telefoni cellulari (“mobile”).

Secondo il mio modestissimo e personale parere, in Italia potrebbe avere senso creare degli incubatori che si focalizzino sulle seguenti aree:
– Cibo
– Turismo
– Beni culturali
– Moda
– Design
– Politica

Quest’ultimo argomento è di particolare interesse: proprio perchè non esistono tecnologie o strumenti per rendere la politica più trasparente, o rendere i dati disponibili, o coinvolgere i cittadini con strumenti innovativi, un tale “incubatore verticale” avrebbe senso proprio perchè ce n’è un gran bisogno. Gli altri, ovviamente, hanno senso perchè è lì che abbiamo i nostri punti di forza, dal punto di vista produttivo ed economico.

Secondo me è così che si crea innovazione in un Paese (che ne ha davvero bisogno). Ben vengano i contributi di imprenditori come Diego Della Valle, i quali però, da soli, non credo che possano riuscire a smuovere le cose.

Sul fatto, poi, di quanto sia importante l’aspetto “economico” delle nostre vite, rispetto al resto (famiglia, amore, godersi la vita), preferisco non aggiungere nulla. E’ un discorso lunghissimo, ed esula dal contesto.

Questo post è solo una accozzaglia di qualche pensiero sparso; ma magari è l’inizio di un qualcosa.
Che ne pensate?

Francesco Profumo

Non conosco Francesco Profumo, ma so che ne parlano bene in molti, quindi per il momento ha la mia fiducia.
Ho anche gradito il suo intervento al convegno “Per rifare l’Italia“, del 2 febbraio 2010, a Roma.
Potete visionarlo qui sotto.

Purtroppo, nella storia che Francesco racconta, sembrano esserci alcune imprecisioni.
La prima, sicuramente una svista, è che Riverbed vale 5.5 Billions, non Trillions.
La seconda, molto più importante, riguarda la storia di WireShark.
Qui la pagina Wikipedia di WireShark.
Questo è quanto sembra essere successo, e che differisce dal racconto di Francesco:
Gerald Combs, creator of Ethereal®, has joined CACE Technologies (www.cacetech.com). He will be working with Loris Degioanni and Gianluca Varenni, the creators of the WinPcap packet capture library (www.winpcap.org). As his first venture in this new alliance, Gerald has created the Wireshark network protocol analyzer, a successor to Ethereal®.

Nel complesso, è stato un intervento comunque piacevole e puntuale. Spero che questi dubbi possano essere chiariti da qualcuno, visto che mi è stato impossibile commentare direttamente su YouTube a causa di un errore strano.

Cheers.