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Pizzatwit ad Assisi

Il mio amico Diego ha scritto un bel post per raccontare l’esperienza del primo PizzaTwit di Assisi.
Sono orgoglioso di quanto sia riuscito a fare.

pizzatwit-assisi

Sono ancora più orgoglioso del fatto che i proventi delle magliette, tolte le spese, equivalenti a circa 160 dollari, siano andati in beneficenza ad Acumen Fund.
Grazie, Diego. E’ stato un gesto bellissimo. E grazie anche ai partecipanti.

Qui il set fotografico completo.

Se qualcuno sta affogando, lo salvi?

Stai camminando e improvvisamente vedi una persona, anzi un bambino, che sta affogando.
Puoi salvarlo, ma per farlo devi buttarti in acqua e rovinare le tue costose scarpe italiane.
Che fai, ti butti? Il bambino è lì, non ce la fa più, ancora pochi secondi e la sua vita finirà miseramente.
Hai pochi secondi per pensare.
Ti butti?

La domanda era tosta, vero? Credo che molti di noi risponderebbero di sì.
Ovvero, sarebbero disposti a rovinare un paio di scarpe da 100, 200 euro, pur di salvare una vita.

E se ti dico: dona 25 dollari per salvare una vita? Fa così tanta differenza, per te?
Per molti la fa, la differenza. Le parole chiavi, in questo caso, sono PROSSIMITA’ e ATTENZIONE.
Se il problema non ci tocca da vicino di solito preferiamo ignorarlo.
[ispirato da]

Nei giorni scorsi ho lanciato due piccole campagne di raccolta fondi per Acumen Fund, usando come spunto una mia visita al quartier generale di 1298, a Mumbai.
La prima proviene da un articolo di giornale da me scritto su Nòva, giovedì scorso.
La seconda, da un mio articolo scritto nel mio blog.
Non avevano la pretesa di salvare il mondo, ma erano piuttosto un mio esperimento per vedere che tipo di risultati possono scaturire da iniziative di questo tipo.

Ecco i risultati:

acumen-fund-campaign

Commento ai risultati:
1) L’articolo su Nòva ha generato solo 7 click, e nessuna donazione.
2) Il mio blog post ha generato 49 click, e donazioni pari al 16,33% (8 donazioni, immagino). Ancora non conosco l’importo delle donazioni, ma immagino il totale sia al di sotto dei 100 dollari.
3) Sono stato felice di scrivere l’articolo su Nòva, ma dovrei inventarmi un altro modo per “monetizzarlo”.

Infine, due cose:
1) Mi piacerebbe sapere cosa pensate di questi risultati. Non è bello analizzare cose del genere? Non vi elettrizza? A me sì.
2) Fate ancora in tempo a donare, qui: http://bit.ly/acumen-brunozzi-it. E non dovete nemmeno bagnarvi.

Umilmente, credo che queste cose possano cambiare il mondo molto più delle nostre elezioni. Ma è un discorso lungo…

Grazie :)

Cinque dollari per 1298

Giovedì scorso è uscito un mio articolo su Nòva, l’inserto tecnologico settimanale del Sole 24 Ore, riguardante 1298, una azienda indiana che fornisce un innovativo servizio di pronto soccorso. Qui una foto di Sweta Mangal, la CEO di 1298, e a questo link il set completo:

sweta-mangal-1298-mumbai

L’articolo aveva due scopi: informare i lettori, e raccogliere fondi per 1298. Nell’articolo avevo lasciato un link per poter donare.
Questo è il tristissimo risultato del numero di visitatori che hanno raggiunto la pagina delle donazioni:

acumen-fund-nova

Questa è la prima bozza del mio articolo, che ho deciso di pubblicare qui integralmente.
Vivi in India, sei povero, hai bisogno di una ambulanza? Anni fa eri spacciato. Ora c’è 1298.

Mumbai, India. Sweta Mangal è di fronte a me. Sorride. I suoi trentadue anni non li dimostra: il viso giovane è dipinto di serena speranza. Viene dal Rajasthan, una delle aree più povere dell’India, e solo grazie alla lungimiranza dei genitori ha potuto studiare, vincere borse di studio e finire negli Stati Uniti dove, dopo la laurea in finanza e marketing, ha lavorato per circa un anno. La nostalgia la convince a tornare a Mumbai nel 2000, per ricongiungersi con la famiglia. Giovane e brillante, ottiene facilmente un lavoro presso TATA AIG, una divisione di assicurazioni del gigantesco gruppo Tata, quello che sforna milioni di automobili e guida la corsa indiana all’urbanizzazione e alla modernità, e passa così qualche anno della sua vita.
Nel 2003 riceve una telefonata, e questa telefonata cambierà radicalmente il suo percorso, e quello di molti altri, per sempre.
Shaffi Mather è un avvocato. Indiano, giovane, con un curriculum simile a quello di Sweta. L’ho scoperto per caso, mesi fa, vedendo un suo video del 2009 su TED.com.
Shaffi ha il telefono in mano e ha bisogno urgente di una ambulanza: sua madre sta soffocando. Dopo mille tentativi infruttuosi si arrende, soccorrendo la madre come meglio può. Succede tutto nel cuore della notte, qualche anno fa, e per fortuna la madre sopravvive. Una settimana più tardi è un amico di Shaffi, Ravi Khrisna, a sperimentare la precarietà dei servizi di soccorso, con la morte di un amico in un incidente stradale.
Shaffi convoca Sweta, Naresh, Ravi e Manish, tutti giovani indiani di successo, con esperienze all’estero ma il cuore rimasto in India: decidono che qualcosa va fatto.
I cinque amici finanziano di tasca propria l’acquisto di due mezzi e, con l’aiuto del London Ambulance Service – con cui Shaffi ha un ottimo rapporto dopo il suo master alla London School of Economics – e del New York Presbyterian, iniziano i test. Nel 2005 le ambulanze diventano dieci, e l’iniziativa prende la forma di un business vero e proprio: 1298, come il numero di telefono da chiamare in caso di emergenza.
Perchè un numero difficile da ricordare? Perchè i numeri migliori vengono dati solo in cambio di una generosa “mancia”: quel fenomeno così sfacciatamente diffuso in India che prende il nome di corruzione. Shaffi e gli altri non cedono, e decidono di andare avanti senza scendere a compromessi.
Sweta diventa CEO dell’azienda, che in poco tempo si distingue per qualità del servizio e bassi costi. Ma cosa la differenzia da tutte le altre? Nonostante l’anima “for-profit”, 1298 vuole rendere il servizio accessibile a tutti, ricchi e poveri. Il costo della chiamata di una ambulanza viene deciso su base volontaria, ma ci si accorge ben presto che il modello non funziona e che anche chi può permettersi di pagare decide di non farlo. Sembra un business destinato a chiudere presto, in una nazione povera e disorganizzata come l’India in cui, ogni giorno, muoiono almeno dieci persone sui binari dei treni.
“Ho conosciuto la povertà; non puoi cancellarla dal tuo animo. Ma ho anche visto cosa succede con una buona istruzione… Puoi spazzare via le caste, puoi spazzare via la povertà.”
Sono parole di Sam Pitroda, un formidabile uomo d’affari indiano che aiuta Shaffi e gli altri a capire due concetti fondamentali per il successo di un progetto “sociale” in India: essere autosufficiente, ed enfatizzare l’importanza dei sussidi per permettere ricavi ma al tempo stesso accesso per tutti, ricchi e poveri.
Il modello basato su contributi volontari viene soppiantato da un modello di sussidi incrociati, sfruttando le peculiarità del servizio sanitario indiano. Gli ospedali in India sono infatti di due tipi, pubblici e privati: chiunque abbia una quantità anche minima di denaro lo spende volentieri per essere ospitato nei secondi, visto che i primi offrono un servizio scadente. E così, se l’ambulanza deve trasportare qualcuno che sceglie un ospedale privato, quel qualcuno non è povero: 750 rupie indiane (circa 25 dollari). Se sceglie un ospedale pubblico? La metà, 375 rupie. Serve una ambulanza più attrezzata? Costa il doppio, si chiama ALS, Advanced Life Support, e provvede attrezzature e medicinali avanzati. E per i poveri in stato di emergenza? C’è l’esenzione se il trasporto è verso ospedali pubblici.
Sembrano regole crude e truci e forse troppo semplicistiche, ma garantiscono miracolosamente una perfetta corrispondenza tra ceto e costo del servizio. In pratica i ricchi sussidiano i poveri, e chiunque può usufruire del servizio quando la sua vita è in pericolo.
1298 inizia a decollare, finchè nel 2007 arriva il patrocinio di Acumen Fund, una non-profit americana che investe nei paesi in via di sviluppo e riutilizza i guadagni per investire di nuovo. Acumen investe 1,5 milioni di dollari, che fanno crescere le ambulanze da 10 a 91 in due anni.
Tutto sembra procedere per il meglio, ma la sera del 26 novembre 2008 accade qualcosa di terribile: una serie di attacchi terroristici scuote Mumbai, uccidendo centinaia di persone, ferendone migliaia, e instaurando il caos in una metropoli di oltre dieci milioni di abitanti. I primi filmati in TV mostrano le ambulanze di 1298 accorrere sul posto, quando ancora si credeva fossero solo incidenti. Per tre giorni gli operatori forniscono un incessante servizio in tutta la città, gratuito per tutti. Sono momenti drammatici, ma permettono a 1298 di balzare agli onori della cronaca, ed essere riconosciuto finalmente come uno dei servizi di ambulanza migliori.
La band musicale dei Jethro Tull, a Mumbai in quei giorni per un concerto, dopo aver assistito al dramma e aver scoperto 1298, decide di donare i proventi del concerto, spostato di qualche giorno, per l’acquisto di una ambulanza.
E’ un business che si sostiene da solo, ma le donazioni ovviamente sono ben accette: 50.000 dollari per una ambulanza, o 25.000 dollari per coprirne le spese di esercizio per un anno, e ricevere in cambio il proprio nome stampato sulle fiancate del mezzo.
Passano più di due anni, e il 19 febbraio 2010 mi ritrovo nell’ufficio di Sweta, grazie ad un gentile contatto in Acumen Fund e l’aiuto prezioso di Yehia Houry, un libanese figlio di funzionari ONU, coetaneo di Sweta, che ha speso gli ultimi anni della sua vita con la World Bank e con diverse organizzazioni umanitarie.
Sweta mi spiega i mille dettagli di 1298, una startup avviata a diventare una azienda di grande successo: 430 impiegati in tutta l’India, due milioni di dollari di ricavi nel 2010, destinati a diventare cinque nel 2011, e la proiezione di passare da quasi cento a oltre 3.000 ambulanze in cinque anni, replicando il modello in altre parti dell’India, in Sri Lanka, Bangladesh, Africa, anche grazie ad una nuova iniezione di capitale che sta per arrivare. Nonostante il successo economico, tuttavia, fornire il servizio in zone rurali ha costi così alti, e ricavi così minimi, da richiedere comunque il contributo governativo.
Mentre ascolto i dettagli che Sweta snocciola con grande competenza, rifletto sulle cose che diamo per scontato in un paese moderno, e a come queste cose cambiano in scenari come quello di Mumbai. Alcuni esempi. Il 90% delle richieste di ambulanza, ad esempio, sono per trasportare morti e, nonostante i facili guadagni, 1298 ha deciso di non gestirle, per rendere chiara e trasparente l’immagine di un servizio di emergenza sanitaria, non di pompe funebri. Gli altri servizi di ambulanze non operano 24 ore su 24, nè condividono le richieste di soccorso se impossibilitati ad evaderle. Molti indiani preferiscono trasportare i feriti in ospedale con mezzi di fortuna, e non conoscono il “concetto” di ambulanza, nè i benefici di ricevere assistenza medica durante il trasporto. A proposito: circa i tre quarti delle chiamate sono appunto richieste di trasporto, in cui gli assistiti non rischiano la vita ma hanno bisogno di assistenza di base finchè non raggiungono l’ospedale, e di una prima diagnosi fatta dai paramedici. La realtà indiana è dunque molto peculiare e diversa da quella italiana, e richiede soluzioni  specifiche.
Una delle chiavi del successo di 1298 è anche il modernissimo sistema informatico che gestisce le chiamate, che sfrutta Google Earth e alcuni sofisticati software per tracciare in tempo reale, tramite GPS, il percorso e la velocità di ogni singola ambulanza, e i luoghi da dove provengono le chiamate. Mentre l’ambulanza accorre sul posto, un paramedico assiste il paziente chiedendogli informazioni basilari e suggerendo cosa fare in attesa dell’ambulanza.

Visitare la sede di 1298 in un fatiscente palazzo di Mumbai, e conversare amabilmente per qualche ora con Sweta e Yehia mi ha fatto venire la voglia di raccogliere donazioni.
Come?
Semplice: vai a questo link http://bit.ly/acumen-brunozzi-it, scegli quanti dollari vuoi donare (il minimo è cinque), e paga con la tua carta di credito.

Grazie per il tuo contributo!

Domani comprate il Sole24Ore, e leggete l'inserto Nòva

Tutti conoscono il Sole 24 Ore, il quotidiano finanziario più importante d’Italia.
Molti sanno che ogni giovedì esce con un inserto, Nòva (con l’accento sulla ò), un concentrato di novità, nuove tecnologie, nuovi trend. A me Nòva piace molto.

Domani vi chiedo di comprare il Sole 24 Ore. Di leggere l’inserto Nòva, e cercare un articolo che parla di 1298, un servizio di pronto soccorso indiano. Un mese fa ero a Mumbai, a visitare 1298, e ho proposto l’articolo a Luca De Biase (il Direttore di Nòva), che l’ha trovato interessante.

1298_simone-yehia

In fondo all’articolo trovate un link per fare una donazione ad Acumen Fund. Non voglio dirvi niente, per ora (riprenderò l’articolo e lo pubblicherò qui tra qualche giorno, incluso il link), ma ci tenevo a dirvi questo:

Apprezzo molto se riuscirete a leggere l’articolo.
Apprezzo molto se cliccherete il link per donare (con carta di credito; la donazione minima è 5 dollari).

Acumen Fund mi ha fornito un link specifico (la cosiddetta “Landing Page”), per misurare l’impatto di un articolo di giornale sulle donazioni. Secondo me è un esperimento interessante, soprattutto perchè in Italia di solito non si fa molto affidamento sulle “raccolte fondi” fatte in questa maniera. Chissà che stavolta non ci sia una sorpresa.

Ringrazio Luca per questa opportunità, e spero vivamente che da questo articolo arrivi un contributo concreto.

Se non potete donare (per mancanza di carta di credito), o se semplicemente non volete, avete un’altra possibilità per aiutarmi: parlarne.
Scrivere nel vostro blog, nel vostro Facebook, dirlo a voce ai vostri amici. Ritagliare l’articolo e portarlo a qualcuno che abbia voglia di donare.

Se non vi va di aiutarmi, potrebbe essere perchè avete altre cose importanti da fare, e vi capisco. Peccato. Spero che almeno l’articolo vi sia piaciuto.

Grazie.

Acumen Fund

Conoscete Acumen Fund?
E’ una azienda non-profit che usa approcci imprenditoriali per risolvere problemi di povertà globale. Attualmente gestisce oltre 30 milioni di dollari in progetti imprenditoriali in Africa e Asia.

Jaqueline Novogratz, la fondatrice, ha lasciato la sua carriera nell’alta finanza per fondare Acumen.
E’ anche una brillante speaker, e qui trovate uno dei tanti esempi delle sue apparizioni in pubblico alla conferenza TED (sono disponibili sottotitoli in inglese e spagnolo per quelli che hanno difficoltà a capire discorsi in inglese):


Perchè vi parlo di Acumen?

Guardatevi questo brillante esempio di come 150 dollari possano fare LA DIFFERENZA per una intera famiglia. In questo caso, si tratta di usare un impianto di irrigazione a goccia (drip irrigation), che permette di usare meno acqua e contemporaneamente ottenere un raccolto migliore. A volte tali impianti vengono usati anche per somministrare fertilizzanti disciolti nell’acqua (chiamata fertigation in inglese).

A better harvest:


E’ vero, in Italia abbiamo tanti problemi, ma credo che molti di noi, in tutta onestà, si possano permettere una piccola donazione come questa per contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo.

Stavo pensando di donare 150 dollari ad Acumen.
Ma invece farò qualcosa di diverso, possibilmente qualcosa di meglio:

Per ogni persona disposta a donare 150 dollari ad Acumen io ne dono 50, fino ad un tetto massimo di 500 dollari.
Pensateci bene: insieme, io e altre dieci persone, possiamo contribuire ad un totale di 2000 dollari per Acumen. (150 x 10 = 1500, più i miei 500, totale 2000).
Mi sembra una cifra molto significativa!

Per donare andate qui, inserite 150 dollari come ammontare (che oggi equivalgono a circa 100 euro), se vi va inserite il mio nome e cognome ed email nei campi “Honoree” (Simone Brunozzi, simone.brunozzi at gmail dot com), e pagate con carta di credito. Semplice ed efficace.
Inoltratemi la email che riceverete da Acumen, e io mi impegno a versare la mia parte.

Insieme possiamo donare 2000 dollari per una buona causa.
Siete con me?

Volontari, fatevi avanti.