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Il primo giorno

Il primo giorno di una nuova vita.
Eh si. Cambia il posto in cui viviamo, cambia qualcosina del mio lavoro, e le prospettive personali e professionali cambiano.

Da oggi vivo a San Francisco.
Eccomi qui sotto, sorridente, dopo una leggera cena turca, con un sole incredibile che mi ha accolto appena arrivato.
Morale alto.

p.s. Mi sono letto il libro “Grom“. Ve lo consiglio vivamente. Alcune parti sono leggermente forzate, ma è un libro che regala energia.

35 anni

Sono a Melbourne, qui sono le una di notte del 15 maggio 2012. E’ il mio compleanno, compio 35 anni.
E’ uno dei compleanni più belli della mia vita, e non per il giorno in sè, ma per il duraturo senso di felicità, soddisfazione e amore che mi sento dentro.
La mia dolce metà è quasi riuscita a farmi una sorpresa bellissima, il che per me equivale ad esserci riuscita.
Tre giorni fa ero a Mumbai, a fare scatti fotografici. Questo è un barbiere di Dharavi, e nello specchio potete vedermi mentre scatto la foto.

Ci sarebbero tante cose da scrivere, da condividere… Ma il mio mal di denti e l’ora tarda mi suggeriscono di tagliare corto.
L’anno appena trascorso è stato un anno importante per me. Sono cresciuto, ho imparato, ho amato e sono stato amato, e la mia sete di vita e di cose da scoprire è sempre più grande.
Vi auguro che possa essere lo stesso anche per voi.
E ora, a dormire!

Dharavi

India, Mumbai, Dharavi: una baraccopoli di oltre mezzo milione di persone, schiacciate come pomodori in pochi chilometri quadrati, a sua volta oppressa dallo smog, l’umidità e le speranze della più grande megalopoli indiana.
Ero al Taj Lands End la prima volta, quando qualcuno mi ha parlato di Dharavi, e come un agnello innocente ho chiesto se fosse possibile visitarla. Certo che puoi, mi dissero. Chiesi più volte, a scanso di equivoci, ma tutti mi dicevano di andare.
Era il 2010. Mi misi in tenuta sportiva, una maglietta arancione tanto per essere sicuro che mi vedessero tutti, macchina fotografica compatta in mano, qualche spicciolo in tasca, e via. Quel giorno imparai tanto sugli indiani, sulle baraccopoli, sulle persone, e su me stesso.
Oggi è diverso: sono a Mumbai con un collega e amico, Frank (nome di fantasia), e voglio che lui veda quello che ho visto io.
Ieri ho cenato con Giovanni (nome di fantasia), un conoscente di vecchia data che ha mollato un lavoro sicuro e ben pagato in Svizzera per venire qui e diventare un imprenditore sociale. Ci vuole coraggio, per scelte del genere, e poi ci vuole qualcosa che ti brucia dentro e ti spinge ad andare. Giovanni lavora in un orfanotrofio, proprio a Dharavi. Non potevo sprecare una occasione così.
Io e Frank prendiamo un taxi sgangherato e arriviamo di fronte all’ospedale. Nessuno conosce l’orfanotrofio, e dopo aver chiesto diverse volte dobbiamo chiamare Giovanni e chiedere di nuovo indicazioni. Alla fine arriviamo, lui ci sta aspettando in strada. Entriamo. L’edificio è vecchio, fatiscente, ogni stanza un quadro di persone e cose e povertà, lo sporco è ovunque, il ferro abbracciato dalla ruggine, l’intonaco sparso come neve in una tempesta, i colori intriganti e sbagliati. Saliamo in ascensore, non senza qualche intoppo. Entriamo.
Centocinquanta metri quadrati, puliti ma comunque poveri come la polvere. Trentuno bambine, un bimbo, due adulti, e Giovanni che li aiuta da poche settimane. Trenta sono arrivati da fuori, il bimbo e una bimba sono i figli della coppia che ha iniziato tutto, undici anni fa. Chiamamoli Rajas lui, e Deepa lei.
I bambini dormono per terra su strenui materassini, si svegliano presto la mattina e si lavano a turno, per poi mangiare qualcosa e andare a scuola. Tornano nel primo pomeriggio e spendono il resto della giornata in diverse attività e classi, inglese, danza, giochi. Dopo cena, un’ora di televisione tutti insieme, e poi a letto.
Rajas era un impiegato, anni fa. Di ritorno da Bangalore, a trovare la mamma malata, si ritrova in treno con un ragazzino di tredici anni che piangeva come un ruscello. Ci parla, cerca di capire, e realizza che il ragazzino, fuggito di casa, si voleva suicidare. Decide di ospitarlo a casa sua per un po’ di tempo, lo aiuta a sostenere l’esame scolastico, poi chiama i genitori e finalmente li fa incontrare. Il padre, poliziotto, abusava di lui, picchiandolo e frustandolo con la cinghia della cintura. Il ragazzino era il colpevole di tutto, anche delle colpe dei fratelli più giovani. I genitori si pentono, piangono, lo accolgono di nuovo in casa. Rajas è felice, ma capisce che di ragazzini così ce ne sono milioni, in India, e decide di fare qualcosa. Prima quattro, poi altri, fino al limite fisico di trenta bambine vengono accolte nella sua casa. Passano gli anni, le bimbe crescono, e di recente due di loro si sono sposate e sono andate a vivere col marito. Bambine dai quattro ai diciassette anni, raccolte tra i rifiuti della stazione dei treni di Dharavi, o mandate dalla stazione di polizia se i genitori sono morti da poco. Rajas e Deepa sono sereni, generosi, sorridono e sembra che tutto questo sia come una passeggiata in centro. Non lo è.
Facciamo qualche domanda, cerchiamo di capire di più. Non è semplice. In certi momenti mi viene da piangere, quando guardo gli occhi dolcissimi e pieni di pace della figlia di Rajas e Deepa, cinque anni e tanta allegria in corpo.
Li salutiamo, dopo una veloce foto di gruppo scattata da una delle ragazzine, col sogno di fare la fotografa di professione.
Usciamo, cambiando rampa di scale perché nella prima stavano scannando un agnello, in mezzo al corridoio. Usciamo e prendiamo un altro taxi verso la stazione dei treni di Dharavi, dove dopo pochi minuti incontriamo Krishna, la nostra guida per i prossimi novanta minuti. In auto scambio due parole con Frank, e quasi ci viene da piangere. E’ chiaro che siamo entrambi mossi da quanto abbiamo appena visto.
Con Krishna ci incamminiamo verso la parte più densa di Dharavi, baracche una sopra l’altra, lamiere, plastica ovunque sui tetti, un dedalo di stradine e fogne aperte e tubi e sacchi e bambini ovunque, qualche scritta in lingua araba, altre in hindi, poche altre in numeri occidentali. Tutto sembra precario, come se una bomba fosse appena scoppiata. L’odore è lercio, marcio, bruciato, con aromi di plastica, fumi e polveri pesanti.
Dharavi è una baraccopoli diversa dalle altre: ha una sua economia fiorente, ed è uno dei posti più costosi dove vivere a Mumbai, a parte i condomini di lusso degli espatriati occidentali.
Dharavi ospita quattro industrie importanti: lavorazione del cuoio, riciclaggio della plastica, alluminio e altri materiali, produzione di cibo indiano per i ristoranti e i carretti di Mumbai, e infine la produzione di vestiti, borse, jeans. Le condizioni di lavoro sono estreme, a partire dall’aria, l’acqua, lo sporco ovunque, i materiali usati. L’aspettativa di vita dei lavoratori di Dharavi deve essere bassa per forza. Lavorare in quelle condizioni, anche solo per pochi anni, deve essere devastante per la salute. Ogni angolo, ogni momento meriterebbe una foto, che scatto mentalmente per cercare di portare questi ricordi con me, per sempre. Una donna indiana, quarant’anni, cammina trasportando decine di latte di alluminio vuote, appoggiate sulla spalla destra in un equilibrio apparentemente precario. Un vecchio intreccia cesti di vimini. In una stanza, tre giovani indiani stanno bruciando pezzi di alluminio per farne mattoni da dieci chili, da rivendere. Più avanti, gente per terra che separa diverse plastiche per colore e forma, gettandole in contenitori diversi. Ancora più avanti una montagna di bicchieri di plastica trasparenti, che riconosco: sono quelli che bevo ogni settimana in aereo. A Dharavi, infatti, molte delle attività hanno come clienti le compagnie aeree, che mollano tutta la loro spazzatura a Dharavi e le migliaia di giovani indiani separano, ammucchiano, bruciano, riciclano, fino a farne pezzettini monocolore che possono essere fusi per farne nuove forme, pronte per essere vendute di nuovo.
Camminiamo e ascoltiamo, guardiamo e registriamo nelle nostre teste. Saliamo sul tetto di una baracca, da dove si possono osservare i mille tetti irregolari, pieni di plastica lasciata ad essiccare al sole.
Un giovane plasticaro fischia più volte, gesticolando per chiedere a Frank quanto costano le sue scarpe Nike, azzardando un prezzo troppo lontano dal vero. Quasi nessuno parla inglese, qui a Dharavi, come del resto succede tra i proletari di tutta l’India. La quantità di stimoli visivi, di puzze diverse, di gente che spunta all’improvviso e ci attraversa la strada, è come una maratona per le nostre menti totalmente attive.
I bambini ti guardano, a volte ti salutano dicendo Hi, visto che i pochi occidentali che visitano Dharavi sono quasi tutti americani. Krishna ci racconta dettagli senza sosta, conoscendo ogni dettaglio di ciò che ci mostra. Ha vissuto a Dharavi per due anni, ma poi si è dovuto trasferire a nord, lontano, perché vivere a Dharavi è costoso, e solo se lavori come questi poveracci sei in grado, forse, di pagare l’affitto, o addirittura di comprare una baracca. Incredibile, se ci pensi. Cento metri quadrati a Dharavi possono costare più di centomila euro. Dharavi è il centro di una economia di oltre mezzo miliardo di dollari all’anno, a Dharavi c’è lavoro, spesso l’unico lavoro che un povero sia in grado di fare. Incrociamo un negozietto di pane indiano, e il proprietario saluta Krishna, come d’altronde succede regolarmente ogni due minuti, e chiede se conosce qualcuno che voglia lavorare per lui. Krishna, scherzando, chiede se noi due possiamo andare bene, l’amico ride e annuisce, felice. Ridiamo anche noi.
La gente qui sembra felice, serena, piegata dalle mille difficoltà ma sempre piena di dignità, e un fortissimo senso di comunità.
La criminalità è infatti quasi assente, qui a Dharavi, perché se commetti un crimine i tuoi amici e parenti si incazzano con te. Nessuno vuole grane con la polizia, e gli unici visitatori a cui varrebbe la pena rubare siamo noi occidentali, che di fatto portiamo opportunità o soldi con le nostre visite. Incrociamo due tedeschi attempati, intenti a contrattare il prezzo per alcuni prodotti artigianali. La nostra camminata ci porta in mezzo alle baracche, seguendo corridoi strettissimi e sporchi, per poi sfociare in alcune strade più larghe, dove il traffico di veicoli è caotico, e il rumore dei clacson ci uccide le orecchie. In India, come a Dharavi, gli indiani suonano il clacson regolarmente, anche quando non serve. E’ il loro modo di farsi vedere, di evitare che altra gente sbatta addosso ai loro veicoli. Essere in auto in India può essere una esperienza devastante, soprattutto per via del rumore, senza poi nemmeno parlare di quanto il traffico possa essere terribile nelle ore di punta.
Entriamo nella zona della terracotta, dove il calore e i fumi tengono lontane le mosche e gli insetti, che altrimenti ti fanno compagnia in ogni altra zona di Dharavi. Da lì passiamo nella zona residenziale di Dharavi, piena di bimbi che stanno tornando da scuola. I loro vestiti candidi si stagliano in mezzo alla miseria, le botti di acqua per lavarsi e bere quando l’acqua corrente viene interrotta, e i cavi elettrici che abbracciano le lamiere come una grande ragnatela nera. Passiamo vicino ad un bagno pubblico, dove l’odore diventa davvero nauseante, e più avanti vediamo invece un bagno a pagamento, che grazie agli spiccioli dei clienti viene tenuto relativamente pulito.
Una baraccopoli esiste perché la gente riesce a mangiare e bere e vivere lì dentro, ma il problema più grave diventa l’igiene. Dharavi, infatti, è plagata da problemi di igiene e pulizia, e molte malattie sono causate proprio dalle estreme condizioni in cui la gente vive.
Guardiamo un piccolo campo sterrato dove i bambini stanno giocando, mentre alcuni di loro lo usano come bagno all’aperto. Questa visione spiega il concetto meglio di mille parole.
Il tempo è passato velocemente, ed è già il momento di salutare Krishna e tornare in albergo con un taxi. Nei cinquanta minuti del ritorno io e Frank parliamo della nostra esperienza, ancora freschissima nella nostra memoria, e della sensazione di sporco addosso e dell’estremo bisogno di una doccia calda, un po’ d’acqua da bere, un pasto pulito.
Dharavi è entrata nelle nostre vite, e non la dimenticheremo mai. Resta da capire quanto questa avventura di oggi influenzerà le nostre vite future. Chissà.

[update: è uscito un bell’articolo su Dharavi, in inglese, qui]

Scrivere

Dopo mesi e mesi di preparazione, diversi tentativi andati a vuoto, tempo fa ho iniziato a scrivere un nuovo libro.
Prima considerazione: ci vorranno anni per finirlo, a meno che io non trovi un pazzo benefattore che decida di pagarmi lo stipendio.
Seconda considerazione: se mi confronto col Simone di cinque, sei anni fa, la mia padronanza della lingua italiana è semplicemente patetica.
Questa è forse la cosa più triste che mi sia successa da quando sono andato all’estero.
Rendersi conto di non essere più capaci di scrivere come vorresti.

Beh, via. Devo solo iniziare a leggere di nuovo, e le cose torneranno a posto.
Saluti!

Motorhead

E’ proprio vero che la vita è piena di sorprese.

Ieri, lunedì, ho volato da Singapore a Sydney: oltre otto ore di volo.
Mi sono svegliato alle 6:40 del mattino, ho fatto la valigia, fatto colazione, preso un taxi, arrivato in aeroporto.
Atteso. Salito in aereo. Eccetera.
Ho lavorato un po’. Poi mi sono visto “Lemmy: the movie“, un film documentario sulla vita di Ian “Lemmy” Kilmister, il cantante e bassista dei Motörhead. Ho scoperto molte cose che non sapevo. Lemmy mi piace ancora di più di quanto non mi piacesse prima. Nella mia adolescenza, una volta venuto a contatto con l’Heavy Metal dei Metallica, ho scoperto i Motörhead e non ho potuto non amarli.
Nelle interviste, tutti i più grandi divi del Rock lo considerano uno dei cardini del Rock and Roll e del Metal. Lui stesso si dice ispirato a Elvis, e a Little Richard. Ecco il trailer del film, che vi consiglio vivamente di vedere:

Chiaro, ogni “mito” ha i suoi limiti e le sue cose strane.
Strane, nel caso di Lemmy: ama la storia. Colleziona memorabilia di guerra. I grandi del Rock ‘n Roll per lui sono Elvis e Little Richard (quello di Tutti Frutti). A volte veste da Nazi, ma non ha nulla contro gli ebrei, nè intende mandare un messaggio particolare: gli piacciono quei vestiti, e basta. E’ contro Nazismo, Fascismo, o altri estremi, e in generale molto critico di ogni tipo di governo.
Beve Jack Daniel come se fosse acqua (una bottiglia al giorno da oltre trent’anni), fuma Marlboro Red a catena, ha oltre sessant’anni e ancora vive piuttosto bene. Molti suoi amici sono morti per droghe, ma dice: solo quelli che usavano eroina o cocaina. Lui ha fatto uso di molte droghe, ma mai eroina o cocaina. E così via. Qui una sua intervista in cui parla di droghe.

Beh, che personaggio. Ci sono cose che mi sentirei di criticare… Ma non ci riesco, non qui almeno.
Gli lascio il beneficio del dubbio. Se non altro, è uno che vive quello che predica. E’ coerente, come pochi.

Poi ho ripreso a lavorare. Mi sono riposato un po’. Poi un film con Russell Crowe.
Il tempo è passato lentamente. Atterraggio.
A Sydney ci ho messo più di un’ora a passare l’immigrazione. Un’altra ora a raggiungere l’albergo e fare check-in.
Poi altre tre ore di lavoro, fino a tarda notte, inclusa una mezz’ora su Skype con un collega indiano.
Dormo, per cinque ore scarse.

Oggi, sveglia alle 6:40. Fatta valigia. Check-out. Taxi verso il conference center. Tre ore di seminario su Amazon Web Services. Poi una controllata alle email. Poi altro taxi verso l’aeroporto.
Check-in. Security. Mangio qualcosa, senza godermelo troppo.
Scopro che le mie cuffie portatili, che ador(av)o, sono state “bruciate” dall’aereo e non funzionano quasi più. Metto le Bose, quelle che riducono il rumore esterno, per fortuna funzionano. Finisco di mangiare.
L’aereo sta per partire. Mi incammino, cercando un punto in cui il WiFi prenda decentemente, visto che devo spedire una email urgente. Bene, email spedita. Alzo, lo sguardo, e vedo…
Non ci posso credere.

Il batterista dei Motörhead. Chiedo conferma. Sì, è lui. Dico: siete Rock and Roll allo stato puro. Bravi.
Mi sento emozionato come un bambino.
Chiedo: dov’è Lemmy? E’ lì, al bar.
Vado verso Lemmy, lo guardo per qualche secondo.
Hi Lemmy. Sorry to bother you. I’m a fan, and I just wanted to say hi.
You did great things. I grew up with your music.
Risponde: Thanks. Thanks a lot.
Umile, semplice, come si vedeva nel documentario.
Lemmy, I never ask for photographs… But this time I cannot resist. I want it for me, as a memory. Do you mind?
Risponde: No, please. Come on.
Il chitarrista ci fa la foto. Non riesco a non sorridere. E che cazz… Incontro Lemmy, e non riesco a non sorridere. Vorrei fare una faccia “Rock”, e invece no… Sono troppo contento.

Lemmy, I’m sure you meet thousands of people, and sometimes is not the right moment… So, I hope I didn’t bother you too much. (stava leggendo).
Risponde: No, not at all. It’s ok.
Lemmy, have a good trip. Thanks.
E me ne vado.

Mi siedo in attesa di imbarcarmi, ho ancora pochi minuti. Non posso NON dirlo a Lisa, a Rudy (un collega “malato” di Rock and Roll), e pubblicare la foto su Facebook. Proprio non riesco ad evitarlo. Devo. Devo condividere questo momento con qualcuno.

Salgo in aereo, quasi perdendolo. Mi siedo.
Guardo fuori.
Ripenso a tante cose. Aver visto Lemmy mi ha riportato a galla tantissimi ricordi della mia adolescenza.
Per qualche mese avevo malamente fatto parte di un gruppo Heavy Metal, a 19 anni. Ci chiamavamo Molotov. Io cantavo. Male. Per fortuna sono durato poco, oltre al fatto che ho una voce baritonale che è poco adatta al Metal. Forse avrei dovuto cantare i Motörhead…
Ma mi divertivo troppo.

E mi è tornato in mente Uomo di Fango, il mio primo “romanzo”. Scritto nel 1997, e pubblicato online nel 1998. Sì, online, nel mio sito personale che si chiamava simoneb.net, poi divenuto golan.it.
Un libro che ho pubblicato 13 anni fa. A pagina 174 c’è Lemmy e ci sono i Motörhead, e una delle loro canzoni: Listen to your heart.

Quanti ricordi.
Sei italiano, vivi a Singapore ma sei a Sydney, da solo, di corsa, e d’improvviso incontri Lemmy, inglese che vive a Los Angeles. E riconosci il batterista soprattutto perchè per pura coincidenza avevi visto il documentario LA SERA PRIMA.
Davvero.
La vita è piena di sorprese.

Vi lascio con la mia canzone preferita dei Motörhead.

Alla sera

Alla sera, una poesia indimenticabile di Ugo Foscolo.
… E mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Sto per andare a dormire. Sono a Sydney, e dopo una settimana di lavori, conferenze, clienti, email dall’albergo, caffè quasi sempre buoni, pizze, mezzo chilo di ciccia in più, dopo tutto questo, domani me ne torno a Singapore, in quella che è la mia nuova casa da gennaio 2010. Mi fermo solo un giorno, per poi ripartire di nuovo alla volta di Bangalore e poi Hong Kong. E così via.

Sono davanti al mio Mac, e per qualche motivo non riesco a chiuderlo, spegnerlo, e andare a dormire. Che succede?
Succede che i versi di Alla sera mi rimbombano dentro. Il mio spirito guerriero è lì, si affaccia, quasi sempre timido ed educato, ma sempre lì. E si trascina dietro una slavina di altre emozioni e riflessioni.
E mi accorgo che devo scrivere, per capirle io, e quasi casualmente farle capire anche a chi mi legge qui.

Come corre, la vita. Ho 33 anni, e negli ultimi tre tante cose sono decisamente cambiate. Il mio lavoro, il posto dove vivo, la mia situazione sentimentale, il mio approccio alla vita, la mia maturità. E quando ti fermi a riflettere un attimo, ti accorgi che hai così tanta voglia di scrivere, di condividere… E di fare, inventare, trovare nuove cose e nuovi progetti… Ma stavolta è diverso: il tuo lavoro, e i tuoi viaggi, sono troppo impegnativi. Ti trascinano troppo. Ti arricchiscono di stimoli, vero, ma ti danno anche poco tempo per farli sedimentare e trasformarli in parole, o immagini, o un mix di entrambi.

Che cosa strana, la vita. E che strano, fermarsi per un attimo ad osservarla. Sentire un fuoco dentro, sapere che ancora c’è, e che presto, in un modo o nell’altro, troverà nuovi modi per venire fuori e passeggiare un po’ nel mondo.

Forse la singola cosa che vorrei dire è questa: fermatevi un attimo, e pensate. Guardate in alto.
E poi guardatevi questo pezzo di “La tigre e la neve” di Benigni, e pensate ancora per un po’.
A presto.

… A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola…

Un papà così non ce l'hanno tutti

Poco fa ho ricevuto questa email da mio Papà Alessandro:

paparone

Ho risposto per email in due righe, e ora rispondo con più dettagli:

Caro Papà,
credo tu abbia ragione.
Il motivo è semplice: ci sono dei periodi in cui ho più tempo da dedicare al blog, e periodi in cui ne ho di meno.
Quando ne ho di meno scrivo cose più brevi, probabilmente meno interessanti.
Alcune di queste cose brevi sono molto tecniche, e sicuramente “annoiano” una buona parte dell’audience, te incluso :)
Il discorso va all’origine: come mai ho un blog? Come mai scrivo?
Per condividere cose con persone, per tenerle aggiornate sui miei pensieri e le mie evoluzioni.
A volte per lodarmi e sbrodolarmi.
A volte per lodare altri.
A volte per discutere, per stuzzicare.
A volte perchè, in questo blog, non ci sono solo facce sconosciute, ma anche tanti amici.
Che bello, ricevere una email del genere da te. Sapere che mi leggi. Sapere che ci tieni a me (lo sapevo già, ovviamente, ma fa piacere lo stesso).
Non so cosa pensino i miei abituali lettori. Non è facile saperlo. Molto spesso, quando leggiamo un blog, non ci prendiamo la briga di commentare o di dare feedback.
Il tuo è uno dei feedback che ricevo, e ne terrò conto.
Ma tu… Quando lo apri, il tuo blog? Se vuoi te ne “metto su” uno io in pochi minuti, e poi ti ci diverti.
Ah… Lo sai che già si dice che i blog sono morti?
Lo dicevano anche delle email, dieci anni fa… Ma eccole, ancora qui, che vengono usate sempre di più :)

Un abbraccio!

Imparare inglese e Mac: consigli?

Lisa vuole migliorare il suo inglese (già di buon livello), e da alcuni giorni ha messo le mani sul mio MacBook pro da 13 pollici.
Vorrei aiutarla a migliorare il suo inglese, e imparare bene a usare il Mac. Non deve “programmare”, ma solo diventare una “power user”.

Per l’inglese, ecco cosa le ho consigliato finora:
– film e serie TV in inglese, con sottotitoli in inglese;
LiveMocha.com
TED.com
– bloggare in inglese (già so che non accetterà MAI!)

Per il Mac, le sto dando dei consigli io, ma mi piacerebbe trovare un manuale o un sito web che la possa aiutare molto, qualcosa tipo:
http://www.apple.com/findouthow/mac/

Consigli?