Archivio della categoria: singapore

Esperto di Data Center?

Sei un esperto di Data Center? Lavori già nella gestione di servers, networking gears, and all that stuff?
Parli bene inglese?
Vuoi trasferirti a Singapore e lavorare per un team dinamico, non solo a parole (come tutti) ma nei fatti? Anzi, direi che dinamico è riduttivo… Davvero.
Se ti interessa, e se pensi di avere le caratteristiche giuste, scrivimi. Simone at amazon.com.

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Consigli per Singapore

Pietro verrà a Singapore presto, e mi chiede consigli. Voglio lasciarlo anonimo, però mi va di scrivervi la mia risposta, sperando che possa essere utile anche per altri.

Innanzitutto, complimenti: non tutti in Italia hanno il coraggio di partire per l’Asia… Ma vedrai che ti troverai benissimo!
Quando verrai mi farà piacere incontrarti; nel frattempo, eccoti alcuni semplici consigli:

Permessi: di solito è la ditta che ti assume che gestisce tutto; tuttavia, una volta qui, dovrai spendere un’oretta al MoM (Ministry of Manpower) per chiedere l’Employment pass, ovvero un permesso per lavorare qui a Singapore; e contemporaneamente chiedere il PR status (Permanent Resident), che non ti porta benefici reali ma secondo me ti conviene. Come indirizzo puoi dare loro quello del tuo employer, non serve una residenza. Il tuo employer dovrà prepararti varie carte per poter richiedere entrambi i permessi. A Singapore è tutto molto, molto semplice.

Casa: di solito l’employer ti paga 1 o 2 mesi in “serviced apartments”, il che ti permette di guardarti un po’ in giro e cercare casa con calma. Un appartamento, solo per te, di 60-70 metri quadri può costare dai 1800 ai 4000 SGD, a seconda della zona e della vicinanza ai servizi e ai trasporti pubblici (MRT è la metro di Singapore). Dove cercare casa? Dipende da te… Alcuni preferiscono in centro, altri in periferia, e dipende comunque da quanto sei disposto a pagare. Un ottimo posto dove cercare è qui: http://www.propertyguru.com.sg/

Altro: non farti raccontare tutto, scoprila tu, Singapore. E’ un posto affascinante, coi suoi difetti e i suoi pregi, ma vedrai che qui si vive benissimo. Unica cosa che DEVO dirti: presto inizierai a pianificare dei weekend nei dintorni, e ci sono molti posti che meritano una visita: Bali, Thailand, e così via. Ci sono voli low-cost che costano pochissimo. Secondo me ti conviene spendere i primi 2-3 mesi per scoprire Singapore, e solo poi iniziare ad “uscire”, anche perchè fino a dicembre in molti posti è stagione delle pioggie, e quindi non te li godresti appieno. Io consiglio sempre di usare il weekend + 1 giorno di ferie, perchè 2 giorni soltanto sono un po’ stressanti, tra volo e trasporto e compagnia bella. Oppure weekend + mezzo giorno di ferie, che ti permette per esempio di volare il lunedì mattina da Puket o Bali ed essere al lavoro per le 13 :)

Clima: la cosa peggiore di Singapore è il clima, fa sempre un caldo bestiale e io un po’ ne soffro. Assicurati di avere vestiti leggeri; portati delle scarpe leggere ed eleganti dall’Italia, perchè a Singapore costano tanto e c’è poca scelta; e se hai bisogno di vestire elegante, sappi che qui usa poco la giacca, e usa invece molto una bella camicia elegante coi gemelli; le camicie però te le puoi comprare o fare su misura anche qui a Singapore. Dall’Italia, mi raccomando, porta le scarpe!

In bocca al lupo, e a presto!

Simone

Singapore MRT e la balena Twitter

Questa è la cosiddetta “Twitter Whale”, la balena che viene mostrata su Twitter quando ci sono problemi di capacità (di calcolo, di banda, eccetera). Succede abbastanza spesso, visto che Twitter ha dei tassi di crescita pazzeschi.

twitter_whale

Questa, invece, è la pubblicità della Singapore MRT (Mass Rapid Transit). Notate qualche somiglianza? :)

singapore-and-twitter

Le città del futuro

Le città. Come mai esistono? Perchè favoriscono il contatto tra persone.
Siamo nel 2010, e le città sono ancora molto “1.0”.
Non c’è stata, finora, nessuna innovazione strutturale nel modo di concepire le città.

Un indicatore molto importante è la velocità media per spostarsi da un posto all’altro, prendendo come esempio diversi mezzi di trasporto.

Io abito vicino alla fermata della metro Kembangan, a Singapore, e molto spesso mi reco al lavoro (quando non mi va di lavorare da casa) usando la metro.
Questo è il percorso che faccio, da Kembangan a Raffles Place:

kembangan_raffles-place

E’ un percorso lungo 10 km, che percorro in metro in circa 17 minuti. Tuttavia, a questi 17 minuti vanno aggiunti:
– 3 minuti di attesa media per l’MRT (la metro di Singapore);
– 3 minuti da casa mia alla metro;
– 4 minuti dalla fermata Raffles Place all’ingresso del palazzo in cui lavoro.
Totale: 27 minuti per percorrere 10 km. Una media di 22 chilometri orari. Deludente. E c’è da dire che Singapore è una delle città più efficienti, da questo punto di vista.

Se invece usassi un’auto, come fa qualcuno che abita vicino a me, impiegherei una media di 25 minuti, con un costo decisamente superiore.

Sono queste, le città del ventunesimo secolo?

Come per le reti di computer, sarebbe auspicabile la convergenza dei trasporti cittadini verso un unico mezzo di trasporto, automatizzato, che possa viaggiare COSTANTE ad almeno quaranta chilometri orari. Non è una cosa difficile da realizzare: basta togliere tutte le auto dalle strade e rimpiazzarle con automobili leggerissime, computerizzate. Via la metro, via gli autobus, rimane un unico, efficiente mezzo di trasporto che RADDOPPIA l’efficienza del trasporto urbano. Basta una media di quaranta chilometri orari, facilmente ottenibile con una velocità di punta di cinquanta.
Ci vuole un investimento, ovvio.
E ci vuole che i “palazzinari” non si incazzino troppo se, a seguito di questa innovazione, il valore dei loro immobili in centro diminuisce, perchè quelli in periferia diventano più allettanti.
Chissà.

Invece di dare i soliti miliardi di euro in incentivi auto, magari una piccola parte andrebbe spesa per studiare meglio questa cosa…

Mio Padre a Singapore

Ebbene sì. Piango.
Ma no, non un pianto a dirotto. Una lacrimuccia.
Dapprima, quella sensazione, quel magone, quell’intoppo alla gola, lo stomaco che si stringe, gli occhi che si guardano intorno, quasi a vergognarsi delle prossime lacrime. E poi ti trema la palpebra, si inumidisce, e come il vagito di un neonato arriva la tanto attesa prima goccia salmastra, all’occhio destro.
Un po’ ti trattieni, ma poi ti lasci andare e ripensi ad una persona tanto cara, che ti raccontava di una volta quando pianse in metro, a Roma, senza vergognarsi, e di come un tizio le avesse sorriso e le avesse detto che faceva bene a non vergognarsi.
La tua è solo una innocua gocciolina, e presto l’istinto scompare.
E no, non sei triste.

E’ che tuo Padre ti ha appena salutato, dopo essere stato due settimane con te a Singapore.
Avete passato un po’ di tempo insieme, avete riso insieme, una sera avete pure bisticciato, ma in buona sostanza vi siete ritrovati compagni e complici come ai vecchi tempi, con la differenza che tu ora sei un uomo adulto mentre lui si avvicina ai settanta. Che i discorsi che fate sono diversi, più maturi, oppure semplicemente più semplici, sintetici, sodi.
E non mi vergogno, che tra un paio di giorni mio Padre aprirà il computer e leggerà questo post, che poi si chiederà anche che diavolo sia, un post. E’ quando metti un titolo, un contenuto, e li pubblichi insieme sul tuo blog. Ecco, questo è un post, Papà caro.

mio-padre-a-singapore

Penso che ognuno di noi abbia i suoi difetti, le sue cose, il suo modo di fare, e che queste cose emergano nei rapporti con le persone.
Ma poi c’è l’amore paterno e materno, e l’amore filiale, o l’amore tra Fratelli. Un qualcosa che nella mia famiglia funziona così: ti amo a prescindere. Qualcosa che, tra i mille difetti e i mille problemi e le mille cose storte e le mille cose che “se” e “ma”, alla fine abbiamo imparato e insegnato bene. Reciprocamente.
Papà. Papi, ti chiamo, affettuosamente.

Sono qui, al caldo della MRT di Tanah Merah, in attesa della metro che mi porterà a Kembangan in tre minuti, e in altri tre minuti sarò in casa. Accenderò il condizionatore, mi guarderò intorno, sentirò ancora la tua presenza, osserverò estasiato quelle piccole cose che portano ancora il tuo segno.

E poi mi dico: ma mica è un funerale, eh. Mio Padre, per mia grande fortuna, è ancora vivo e vegeto, e pure in salute. Mio Padre, che in tutta verità, se fosse stato per i meriti di un certo luminare della medicina, venticinque anni fa avrebbe lasciato su questa terra le penne, una moglie e due figli giovanissimi, e che invece, anche grazie alla testardaggine della suddetta moglie, è stato ripreso per il rotto della cuffia e ancora campa, alla faccia del luminare. Il quale, nel frattempo, è sepolto da qualche parte in una bara d’argento. La coscienza, mi auguro ben nascosta in qualche angusta profondità dell’oceano.
E penso ad un post di una ragazza che, mesi fa o forse più di un anno fa, parlava del Padre che se ne era andato. Un post commovente, toccante, profondo, vero. Quel post mi aveva fatto pensare alla mia fortuna di avercelo ancora, un Padre. E penso anche ad un noto blogger italiano, Andrea, che piangeva recentemente la morte del suo.

Sì, sono fortunato.

E penso a mia Madre, che anche lei è ancora viva, ma non è potuta venirmi a trovare perché i suoi genitori, seppur vivi, hanno bisogno di costante attenzione.
La metro è arrivata. Scendo. Estraggo il tesserino per aprire il portone del mio condominio e mi soffermo su due giovani malesi, seduti lì vicino. Sicuramente operai del vicino cantiere, che lavorano il doppio delle mie ore a settimana per forse un decimo dello stipendio. Mi guardano, e nello sguardo colgo rispetto, pace, e una mezza idea che vorrebbero permetterselo, un appartamento come il mio, che per un occidentale altro non è che una modesta dimora ma per loro magari sarebbe chissà cosa.

Entro in casa, mi lavo i denti, salgo in cima al sesto piano, dove mi aspettano una piscina e un idromassaggio come sempre deserti. La città, ancora viva e luminosa, cammina furtiva nella notte intorno a me.
Odo a malapena il fruscio dell’acqua che scorre. Una leggera brezza mi solleva dal caldo pesante di Singapore, e dalla sua imperdonabile umidità. In lontananza svettano i grattacieli del Business District.
Provo a chiamare il cellulare di papà, ma è già spento. E’ già salito in aereo e sta per decollare tra venti minuti esatti. Domani sarà di nuovo nella sua Assisi, e domenica incontrerà mio Fratello Marco e gli regalerà un cellulare Nexus One, comprato qui a Singapore su mio suggerimento.
Eccolo, mio papà. Che avrà tanti difetti, ma ha una sorta di generosità che traspare da mille cose. E non è per il Nexus One in sè, è che anche lì emerge quella sua vogliosa voglia di volerlo a tutti i costi comprare, questa sua dedizione assoluta per i figli che a volte, forse troppo spesso, gli ha fatto dimenticare le sue stesse esigenze.
Ecco, questa è una cosa che entrambi i miei genitori mi hanno sempre dato.

Ora ci devo andare cauto, perché sto per dire una cosa e so che quando Papà la leggerà potrebbe intenderla male.
Mi manchi, stasera.
Mi ero abituato di nuovo alla tua presenza e mi ero gustato questi momenti insieme, seppur oberato dal lavoro e dalle logistiche di quattro conferenze a Singapore, e un viaggio di lavoro di diciotto giorni in Australia.
Mi manchi non con la tristezza, non con il rammarico, mi manchi con quella sensazione di aver vissuto qualcosa di prezioso, e volerlo vivere di nuovo. Qualcosa che le mie scelte di vita mi hanno reso raro e desiderabile, dopo due anni di vita all’estero e qualche decina di ritorni a casa che si faranno molto più rari, per almeno un altro paio d’anni.
E penso ad una delle settimane lavorative più imponenti, più pressanti che abbia mai avuto, in cui mi sono sentito nervoso e sotto pressione e non sono riuscito ad essere distaccato e professionale come vorrei, e ad avere abbastanza tempo per godermi mio Papà in pace.
E non vedo l’ora che arrivi settembre o ottobre, e che Papà mi faccia di nuovo visita, magari stavolta con Mamma al seguito, o magari, quasi impossibile, pure col mio Fratellone, così li porto a Bali una settimana e ci rilassiamo tutti quanti, come nella famiglia Brunozzi non succede da quasi vent’anni. Però sono sempre qui con me, nel cuore.
Sono la mia famiglia, generosa, umana, coi limiti e il coraggio di tante persone normali.

E mi verrebbe da pensare anche ai miei cari amici, o alla mia compagna, ma questo post in realtà è una dedica completa a mio Papà, a mia Mamma, a Mio Fratello, pur col rischio di sbrodolarmi in una zuccherina polpetta Dysneyana, ma tant’è, queste sono le cose che mi passano tra le orecchie e che per qualche motivo ho voglia di condividere qui.

Sto pensando a mio Padre che ha fatto amicizia con tutti, che ha scherzato col Senior Vice President di Amazon ed è riuscito a stargli simpatico pur non parlando una parola d’inglese.
A mio Padre che la mattina veniva al bar Segafredo a Telok Ayer Street e faceva amicizia con tutti, che in visita al Birds Park ha attaccato bottone con un Tailandese e la moglie e anche lì è riuscito a spiegarsi e parlare di tante cose. E che bello, entrare a prendermi un caffè e ritrovarmelo lì, temporanea parentesi in mezzo ai mille pensieri del lavoro, e sedermi con lui e Rick a bere un cappuccino e parlare e tradurre e sorridere. O mangiare gli gnocchi al pomodoro vicino alla Singapore Management University con lui e Kingsley, e vedere il suo stupore nello scoprire che Kingsley è sudafricano, bianco, parla inglese, sembra americano, ha studiato latino alle superiori.
E le cene con gli italiani, e il suo volersi assicurare che il figlio possa star bene, e raccomandarsi e allungare l’orecchio per carpire le sottili metafore degli emigrati a Singapore.
E il cibo indiano, e quello giapponese, e il suo lento abbassare la guardia e cancellare i preconcetti, tipico di un uomo che da giovane ha viaggiato, in proporzione, molto più a lungo di quanto non faccia io oggi.
E l’ultima cena, a mangiare Chili Crabs sulla costa Est con Alfio, Gianluca, Winnie e Paolo, e scherzare sulle zampe di rana e le polpette di cane e ridere con lui di tante altre cose.
Allungherei ancora, ma in fondo le cose importanti le ho dette tutte.

Sorrido, adesso.
Ciao, Papi (che per voi lettori si chiama Alessandro).
A presto.

Simone intervista Roberto

Sono di nuovo a Singapore e ho appena passato un piacevole pranzo con Roberto e Mario, due italiani che stimo molto.
Roberto vive a Singapore da anni, e nonostante lo conosca poco, mi ha da subito fatto una bella impressione.
Ho passato un piacevole sabato sera a festeggiare i suoi 58 anni la scorsa settimana, e questa volta, durante il pranzo, gli ho chiesto di essere intervistato per me. Roberto non ha esitato per un solo attimo, e si è “buttato” subito, mettendosi in gioco. Leggete il seguito, vi piacerà.

roberto-cartelli-intervista

Simone: I tuoi primi trent’anni in una frase.
Ricerca.

Quale è la cosa più importante che hai scoperto viaggiando e trasferendoti lontano dall’Italia?
Mi sono imposto di essere più curioso, togliendomi una costruzione di certezze che mi ero fatto durante la “Ricerca”, per poi finalmente arrivare all’età del dubbio, che è la migliore di tutte.

Come mai il Roberto cinquantenne non abbandona tutto e torna in Italia?
Non so come rispondere alla domanda. Sento di avere la motivazione ad abbandonare tutto se è per andare avanti.
Anche quando ero in America, ero propenso a rimanere lì tutta la vita, ma poi ho avuto una opportunità a Singapore e l’ho colta.

Cosa rappresenta l’Italia, allora?
L’Italia può essere un punto di arrivo, ma non di ritorno.

Cosa raccontano gli occhi di un italiano quando osservano l’Asia dal di dentro?
Io non ho osservato l’Asia, perchè vivo a Singapore in una maniera molto europea.
L’Asia che io conosco l’ho vissuta da turista, come può fare chiunque.
Non escludo che quando la curiosità diventerà più importante del comfort, inizierò ad osservare l’Asia come intendi tu.

Senza entrare in dettagli troppo personali, come hanno influito le tue scelte professionali, e quindi i tuoi trasferimenti, sul matrimonio, e cosa pensi sia importante per mantenere un rapporto anche di fronte a scelte non sempre facili?
Deve essere necessariamente particolare. Nel mio caso, i miei spostamenti hanno fatto bene alla mia vita coniugale; ci siamo messi sempre in discussione quando si è trattato di rinunciare al comfort della vita precedente. Ritengo che sia un rinnovamento di cui si può beneficiare.
Bisogna avere anche una donna eccezionale che ti segue.
Detto questo, i miei primi tre anni a Singapore li ho vissuti da solo, incontrando mia moglie quando possibile.
Un uomo si può trasferire con due valigie, una donna con due container. Per un uomo è più facile :)

Passiamo a cose più “leggere”. Quale posto in Asia ti ha colpito di più, e perchè?
Il Vietnam, perchè è un paese dilaniato da tensioni interne da duemila anni, che include storia antica e moderna.
Vestigia di popolazioni estinte, o fatti recenti della guerra americana.
Vedi la gente che ha voglia di uscire da questa situazione: non trovi i grandi privilegi come a Singapore, ma vedi invece la gente che si vuole affermare, anche economicamente.
L’altra cosa dell’Asia è la delusione delle coste asiatiche: perchè se vuoi avere un mare bello, non ne trovi uno come il Mediterraneo. Inoltre sono preferibili le isole piccole, molto più belle.

La cultura, la religione, quell’aria mistica che spesso associamo all’Asia… Come ti ha influenzato?
L’unica vera religione che vige in Asia è quella del dollaro: il materialismo è dominante sotto la grande influenza cinese del successo associato alla ricchezza.
Il misticismo esiste solo in India.

Se dovessi scrivere un libro, che titolo avrebbe? E che contenuti?
Incontri. Sarebbe pieno di emozioni, incontri con altre persone.
Quando ho compiuto cinquant’anni, ho creato un foglio di calcolo con una riga per ogni anno, indicando poi a fianco le persone significative di quell’anno.
Guardando questa lista, ho capito che avrei potuto scrivere un libro su queste persone.

E cosa ti impedisce di farlo?
La scusa banale è il tempo. La vera motivazione è forse pudore. O presunzione di voler scrivere qualcosa di mio che possa interessare ad altri.

Roberto, ti conosco poco ma quello che ho conosciuto finora mi ha spinto a chiederti di essere “intervistato”. Io credo che un tuo libro sarebbe molto interessante perchè, tra le “righe”, mi sembri una persona in grado di cogliere particolari profondi della vita. Invece di un libro, allora… Perchè non un blog?
Sono ancora un old-fashion boy. Quando leggo cose lunghe, ho bisogno di stamparle.
Mi influenza molto l’aspetto grafico del testo. Simmetrie, equilibri.
Altri testi non formattati, tipici di cose più comuni, mi indispongono.

E allora una webradio?
Ti parlerò di una mia debolezza. Non parlo volentieri al telefono, e credo che il mio interlocutore lo capisca facilmente.

E se insisto?
Altra debolezza: se dovessi fare il tuo mestiere, Simone, ovvero parlare in pubblico, dovrei andare a visitare il posto dove dovrei tenere il discorso per… Farmelo mio, prima di poter esporre qualcosa in pubblico.
Una volta, quasi per ridere, mi sono messo in contatto col Milan per convincerli ad aprire una scuola di calcio a Singapore. Di calcio non ne capisco nulla, odio il pallone, e pertanto mi sono trovato fiondato in una realtà che non mi apparteneva. Nonostante questo, il 14 aprile 2008 ho fatto una conferenza stampa di fronte a molti giornalisti di Singapore, raccontando le possibilità di questa iniziativa. Sono andato benissimo.
Poi non se ne è fatto niente, per mancanza di sponsor. Ma insomma, credo di avere delle potenzialità.

Come sta il mondo?
Meglio di quello che si legge in giro. Penso sempre che il mondo abbia una sua dinamica, ciascuno si trova il suo spazio vitale. Devo dire che vivo una vita privilegiata, quindi il mondo vero non lo vedo. Bisogna rendersi conto che si tratta di milioni di chilometri quadrati, milioni di persone.
Singapore è un caso a parte, una piccola realtà.
Quando torno in Italia in ferie, poi, passo qualche giorno in una provincia ricca.
La mia esposizione al mondo che soffre è praticamente nulla.

Hai citato la sofferenza. Hai mai svolto attività benefiche?
Ho dato la mia esperienza e supporto a gruppi di aiuto per persone con problemi di droga o alcool.
Delle persone vicine a me hanno incontrato questi problemi, ed è stato lo stimolo che mi ha convinto ad aiutarli, e poi la cosa è proseguita.
Ora mi piacerebbe trovare un aggancio per aiutare una NGO (una azienda senza fini di lucro).
Poi mi rendo conto che non so fare nulla di utile per molte di loro.

Molti dei miei lettori sognano una vita all’estero. Cosa vorresti consigliare loro?
Banalmente, la mia esperienza è stata positiva. Ho avuto possibilità inaspettate, grazie alla mia disponibilità di accettare delle opportunità. Parlo quindi da privilegiato.
Bisogna mettere in discussione la propria “comfort zone”, solo attraverso quello si può arrivare a certi obiettivi.
Senza, si rimane spesso costretti ad una situazione insoddisfacente.
La mia famiglia di origine, inoltre, composta di poche persone, non mi ha posto particolari vincoli: sono stato cresciuto con forti principi di indipendenza.

Fatti una domanda, e datti una riposta.
Perchè hai aspettato di compiere 45 anni per girare la boa della regata della tua vita? Perchè non l’hai fatto prima?
Risposta: il tempo è una variabile fittizia. In realtà il mio percorso è stato questo, e sono comunque contento di averlo fatto a 45 anni.
La boa è quella dell’inversione del cammino, dalla ricerca ed esplorazione, alla meditazione e contemplazione.
E il lettore si chiederà: cosa è successo a 45 anni?
Leggetelo sul mio blog, che forse Simone mi convincerà ad aprire :)

Grazie Roberto. Una bella intervista, secondo me. E spero che presto aprirai un tuo blog, così le persone smetteranno di leggere il mio e verranno da te :)

Sicilia, Singapore

Non è una captatio benevolentiae: io adoro quel poco che conosco della Sicilia. I cibi buonissimi e poco costosi, la gente solare, il clima. L’Etna, affascinante quanto pericoloso.
L’accento. La Mafia, sì: il fatto che sia nata lì, che sia stata esportata nel mondo; nulla di cui andare fieri, certo: ma la Mafia è nata lì. I Siciliani qualcosa di speciale ce l’avevano.
E che c’entra Singapore?
A cena, poco fa, ho conosciuto un Siciliano, Alfio. Ah, dimenticavo: sono a Singapore in questo momento.
Alfio è un professore che insegna in Italia, e che con un socio ha aperto due ristoranti qui a Singapore.
Si mangia bene.
Io e Alfio ci siamo incontrati ieri, in realtà, perchè ero lì a pranzo e ho salutato una mia amica italiana, che ci ha presentato. Ma non avevamo avuto occasione di parlare.
Stasera invece, per caso, ci siamo messi a chiacchierare e ci siamo salutati dopo un’ora abbondante.
Ci siamo detti tante cose, ma più di tutte mi ha colpito questa sensazione di RESPIRARE la Sicilia. Sarà stato il posto e i suoi colori caldi, Yunos che è singaporegno ma sembra un siciliano pure lui, la pizza buona, l’accento di Alfio… Un misto di cose, insomma.
Quando tornavo in ufficio, per lavorare un’altra oretta prima di tornarmene a casa, pensavo tra me e me alle cose appena condivise con Alfio. Gli ho raccontato dell’Islanda, delle donne in Europa, di Seoul, del pugilato e delle arti marziali, dell’Accademia di Modena, del Militare a Roma, dell’Informatica, dell’Università per Stranieri, di Lisa, del caffè, dell’America. E lui mi ha raccontato di Toronto, Singapore, Chicago, una FullBright, l’Etna, il cibo siciliano, il tango, il padre, le sue esperienze di professore che ha visto il mondo accademico fuori dall’Italia e che si ritrova, in Italia, a scontrarsi con quello che è la realtà. Ma non come lamento: semmai come semplice considerazione.
E mi chiedo: è Singapore, che è magica? Che ti fa incontrare le persone interessanti?
Sono io, ad essere interessante?
Ho culo?
E’ un periodo fortunato?
Tutte e quattro le cose?
Abbiamo parlato per un momento anche di soldi e ricchezza. E ho pensato che una serata come questa, un’ora spesa a parlare con uno sconosciuto, vale più di un giro in Ferrari. Sono quelle piccole cose che ti fanno sentire bene, vivo, ti stimolano la mente e la curiosità, ti rallegrano. Quei contatti umani che ti rendono forte e sereno.
Sì, i soldi contano, i soldi fanno comodo, è vero. Sarebbe sciocco trascurarli del tutto. Ma contano anche altre cose. E la vita, spesso, te lo ricorda.
Non vedo l’ora che arrivi fine maggio. Poi ve lo dirò, il perchè :)

E ora, me ne vado a letto. Alla prossima. E buon Weekend.